di Luciana Cimino
Il Manifesto, 23 luglio 2026
A Mantova l’epicentro del fenomeno: un lavoratore agricolo su tre a rischio sfruttamento. E con il caldo estremo sono arrivati i morti. Nelle semplificazioni giornalistiche a Mantova è toccato un primato. “Capitale italiana del caporalato” è la definizione, risalente a una decina di anni fa, quando le indagini della magistratura rivelarono il sistema di sfruttamento della manodopera nelle campagne mantovane, tra Sermide e Poggio Rusco. Con ramificazioni nelle province di Ferrara e Rovigo. “Non siamo a Rosarno”, risposero piccati all’unisono gli imprenditori agricoli della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna. Territori di grosse concentrazioni di aziende agroalimentari e quindi considerati meno permeabili a episodi di caporalato. Le cronache, le inchieste e i rapporti delle organizzazioni che si occupano di lavoro agricolo, come Flai Cgil e Terra!, hanno dimostrato che non è così.
“Il caporalato è raccontato come un fenomeno che riguarda solo il Mezzogiorno - si legge nel rapporto “Cibo e sfruttamento-Made in Lombardia” che Terra! ha pubblicato nel 2023 - invece nel nord Italia lo sfruttamento è la norma: la Lombardia, con una produzione agroindustriale del valore di oltre 14 miliardi di euro, è la prima regione italiana nell’agroalimentare ma, allo stesso tempo, è una delle regioni più colpite da procedimenti giudiziari riguardanti il caporalato”. Secondo l’analisi dell’associazione, “lo sfruttamento si è evoluto in forme più ricercate, che riescono a sfuggire ai controlli”. Se al sud si muore per i pomodori, al nord ci si ammala per la produzione intensiva di prosecco. Il ruolo del caporale lo interpretano le cooperative senza terra, che forniscono lavoratori e servizi alle aziende, le partite Iva che reclutano altra manodopera, spesso facilitandone anche l’arrivo dai paesi di origine (previo pagamento di un “pizzo” e sfruttando le falle del decreto flussi) o le società multiservizi che prendono in appalto la vendemmia o la potatura. Ma condizioni di sfruttamento e caporalato si verificano anche nella filiera delle insalate in busta e nella macellazione dei suini.
Le brigate del lavoro della Flai anche quest’anno hanno attraversato le campagne della Bassa per intercettare i braccianti, che si muovono di notte in bicicletta da una rotatoria all’altra o nei pulmini. Per poi lavorare dieci ore nella raccolta dei meloni e delle angurie. Negli ultimi due giorni sono stati a Mantova dove, spiega il segretario cittadino del sindacato degli agricoltori della Cgil Ivan Papazzoni, “un lavoratore agricolo su tre è a rischio sfruttamento”. Nel luglio 2024 le ispezioni straordinarie dei carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro (Nil) rilevarono irregolarità in otto aziende agricole del mantovano su undici. Non un caso isolato: dei 29 casi di sfruttamento di manodopera registrati nel rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto, centro studi della Flai, metà riguardano la provincia della città dei Gonzaga con 15 inchieste in agricoltura. Mantova ha anche un altro record: nel territorio è massima la differenza salariale tra uomini e donne, supera il 50%.
“Emerge quindi la necessità di essere presenti come sindacato dove lo stato sembra essersi ritirato”, il ragionamento di Papazzoni con il manifesto. Il segretario della Flai di Modena ha denunciato anche il malfunzionamento della sezione territoriale della rete del lavoro agricolo di qualità: “Dal suo insediamento non è più stata convocata, ci viene il sospetto che ci siano molti interessi nel far rimanere nel buio queste situazioni. Facciamo un appello alle aziende che lavorano nella legalità: mettetevi al nostro fianco contro le imprese che usano lavoratori in semi schiavitù per fare concorrenza sleale”. Al sindacato sono arrivate le testimonianze di un gruppo di braccianti pakistani che avevano pagato tra i 6 e i 12 mila euro per arrivare in Italia. “Li informiamo sui diritti, sulla paga oraria corretta e sui contratti legali, loro ascoltano e poi ci fanno cenno che verranno a parlarci in sede, perché hanno paura a farlo nei campi. Il ruolo dei mediatori culturali è fondamentale”, ha spiegato Papazzoni.
Lo scorso 30 giugno i carabinieri del Nil hanno riscontrato gravi irregolarità in due aziende agricole a Viadana e Roverbella: nessuna sicurezza sul lavoro, braccianti a nero pagati 6 euro l’ora, la metà di quanto previsto dal contratto nazionale, mai sottoposti alla visita medica obbligatoria per accertarne l’idoneità fisica al lavoro pesante, com’è la raccolta dei meloni. Lo stesso giorno è morto Haddad Taher, 55 anni, mentre stava raccogliendo angurie nei campi di un’azienda agricola di Magnacavallo.









