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di Chiara Campo

Il Giornale, 14 agosto 2025

C’è una Giustizia che supplisce, non richiesta, alle scelte politiche (urbanistica a Milano, infrastrutture a Genova e immigrazione in tutto lo Stivale) e c’è una Giustizia che supplisce alle scelte che la politica non fa colpevolmente: si va dai temi etici (fine vita) alla facoltà di togliere dei bambini a dei genitori che non li mandano a scuola e li lasciano delinquere. Ed eccoci al caso milanese dei ragazzini bosniaci (rom) che hanno preso un’auto e l’hanno lanciata contro una donna di settantun anni, ammazzandola sulle strisce pedonali. Sono perlopiù i tribunali dei minori a togliere la potestà a certi genitori e a fare quello che la politica non è riuscita a fare, ossia intervenire quando l’incuria educativa, la mancata scolarizzazione e l’affiliazione a contesti criminali hanno messo a rischio i loro figli. I casi ci sono e le motivazioni sono documentate: il termine “rom” non compare quasi mai nei provvedimenti (per riservatezza) ma c’è un corpus di sentenze lette e schedate da chi ha avuto accesso agli atti.

Il Tribunale per i minorenni di Roma, per esempio, tra il 2006 e il 2012 ha redatto 87 sentenze di adottabilità su minori rom: un quarto per mancata frequenza scolastica, un terzo con violazione sistematica delle regole delle strutture (in cui vivevano) e il 28 per cento per criminalità dei genitori, a reati. È questo il quadro che la politica ha delegato ai giudici. Poi ci sono dei casi legati alla criminalità più seria. A Reggio Calabria, fra il 2012 e il 2016, il Tribunale ha adottato severi provvedimenti su una trentina di ragazzi legati a famiglie della ‘ndrangheta: l’obiettivo, dichiarato, era sottrarli a un contesto criminale strutturale in virtù del in certi contesti rom, non necessariamente in quello milanese. Resta che è la magistratura a fare il lavoro sporco laddove la politica non arriva: sottrarre i figli a un destino criminale quando scuola, servizi e amministrazioni hanno fallito.

Quanto accaduto a Milano “è un fatto tragico che dispiace immensamente, dietro cui c’è un problema serio, ma le soluzioni emergenziali non servono, non si può andare avanti a decreti”. Lo dice don Claudio Burgio (foto), cappellano del carcere minorile Beccaria. “È vero - dice il sacerdote - che l’etnia rom ha una cultura difficile da integrare, ma negli anni ricorda - sono stati fatti tanti passi avanti e togliere i bambini alle loro famiglie dovrebbe essere frutto di una valutazione seria e non emotiva, tenendo anche conto che spesso i minori rom scappano dalle comunità”. “Per affrontare il problema dei minori sottolinea il sacerdote che è anche fondatore della comunità Kairos ci vuole un progetto politico sistemico, anni fa ci fu un’emergenza rom minorile, con ragazzini sfruttati, ma qualcosa è stato fatto: grazie a una politica di integrazione, di aiuto e scolarizzazione dei minori, non è più quel periodo, tanto che oggi al Beccaria ci sono solo due o tre ragazzini rom”.