di Anna Paola Lacatena
Avvenire, 22 luglio 2026
Il sistema della detenzione disabilita competenze e opportunità, soprattutto nei confronti delle persone “schiave” di sostanze psicotrope. Serve pensare a modelli alternativi. È pari al 32,7% del totale il numero di detenuti con diagnosi di dipendenza patologica da sostanze psicotrope (legali e illegali) presente nelle carceri italiane. Dal 2006 non era mai stato così alto. Al 31 dicembre 2025, dei 63.499 detenuti, il 33,9% (circa 21.562 persone), con una percentuale quasi doppia rispetto alla media europea (18%) e ben oltre quella mondiale (22%), era in carcere per violazione, ex art.73 e 74, del DPR 309/1990 (Testo Unico sugli Stupefacenti).
Ancora nei tribunali, il 77,2% delle 202.000 persone coinvolte in procedimenti pendenti per i due principali reati legati agli stupefacenti, deve rispondere a procedimenti per il solo articolo 73. Rispetto alla pena da scontare fuori dal perimetro degli istituti di pena, in tutto l’arco del 2025 è cresciuto il numero dei beneficiari delle misure alternative (99.447), sebbene, sommando carcere e area penale esterna, il sistema abbia coinvolto oltre 160.000 persone.
Non meno indicativo è il dato che proviene dal Ministero dell’Interno (Prefetture). Nello stesso periodo, risultano al momento registrate 39.188 segnalazioni per detenzione di sostanze destinate all’uso personale (art. 75 del DPR 309/90) - per la legge illecito amministrativo - generalmente cannabis (77,4%). I minori sono 3.564 e nel 97,1% si tratta di uso personale di cannabis (Fonte: E non sono pazzi. XVII Libro Bianco sulle droghe, 2026). Provando ad arricchire il dato dimostrativo con aspetti interpretativi, ci sarebbe da chiedersi se il carcere non sia la misura più facile e abusata, nel nostro Paese, a proposito di (presunto) contrasto all’uso e allo spaccio - condizioni distinte che non necessariamente si accompagnano nella realtà - o se invece non sia un vettore di uso/dipendenza e attività criminali, con una capacità dissuasiva, per gli uni e per le altre, quasi del tutto irrilevante.
Il modello bio-psico-sociale della dipendenza patologica, propone un paradigma multidimensionale, includente fattori biologici, psicologici e sociali, presi nella loro specificità e nella loro fitta trama di interazioni, inclusi percezioni e stereotipi della società, tra questi la de-ontologizzata della malattia (dipendenza patologica), a causa dei possibili reati di cui il dipendente può farsi autore e l’intersezionalità della discriminazione e dell’esclusione. In estrema sintesi il detenuto è soggetto a cambiamenti radicali, spesso dettati da arbitrarietà e regole non sempre del tutto comprensibili, a processi di deculturazione, di esclusione dal mondo socio-affettivo e del lavoro e di inclusione nell’ambiente e nel contesto culturale della criminalità.
Il sociologo americano Erving Goffman spiega come la personalità delle persone private della libertà sia sistematicamente mortificata dall’arbitrarietà presente nelle carceri, essendo il detenuto sottoposto a cambiamenti radicali, anche nelle credenze su sé stessi e sugli altri significativi e finendo per disabilitare e spegnere capacità personali (deculturazione) utili nel mondo libero, attivandone altre necessarie, per contro, a quello della detenzione. Sopravvivere in carcere, dunque, dipende soprattutto dall’adesione a nuove logiche non scritte, dove le sostanze psicotrope fungono sempre più da moneta e da strumento di potere nei rapporti tra i detenuti.
Disporre di droghe, riuscire a farle arrivare all’interno dei contesti della detenzione, venderle è il modo con cui alcuni impongono la propria leadership informale. Non si tratta solo di soldi, il potere nella fattispecie è anche quello di disporre di mezzi in grado di intervenire sull’angoscia e sull’afflizione degli altri detenuti (Clemmer, 1940). Ripensamenti, rimorsi da parte di chi fa entrare sostanze nel perimetro fisico della detenzione? E perché mai? È la società stessa ad aver sdoganato l’idea del dipendente patologico come finto malato, eccelso manipolatore, incoercibile bugiardo. Lo spaccio è reato, ma un reato particolare: è consumato con il contributo consapevole e partecipe della vittima. Se tutto ciò si consuma in carcere, poco importa, da tempo lo stesso ha abdicato, se anche sia mai riuscito davvero nel mandato della rieducazione-riabilitazione, alle direzioni indicate dal dettato costituzionale.
Se nel sistema detentivo - non solo italiano - è più massiccia la presenza della manovalanza del commercio di droghe rispetto all’élite faraonica che si colloca al vertice del sistema piramidale del narcotraffico, lo spaccio non è e non sarà, senza importanti inversioni di rotta, il primo né l’ultimo reato che il carcere tollera, perpetua, acuisce, raffina. Gli istituti di pena continuano a svolgere il ruolo di contenitori degli scarti, aggravandone depauperamento culturale e disabilitazione sociale; comportano ed esportano povertà, solidificano carriere criminali, accentuano differenze e divari. Il sistema della detenzione disabilita competenze e opportunità soprattutto nei confronti di persone affette dalla malattia della dipendenza da sostanze psicotrope (legali e illegali) - cronica e recidivante per definizione dell’OMS.
Se già, infatti, il mondo esterno fa fatica a valutarla come patologia bio-psico-sociale, quello della detenzione ne enfatizza cause e motivazioni. È impressa nella memoria di ognuno la targa pubblicitaria in lamiera dei gelati. Negli istituti penitenziari ad ogni prodotto il suo prezzo, basta scegliere da una sorta di analoga tabella delle offerte. Un grammo di eroina costa fino a 100 euro (più agili monodosi da 0,1 grammo tra gli 8 e i 10 euro), di cocaina fino a 120 euro al grammo (microdosi fino 30 euro), clonazepam a 10 euro a pasticca, ecc.
Se hai soldi le droghe in carcere le pagano i familiari che stanno fuori, se non li hai le paghi con la terapia farmacologica che ti viene assegnata o cedendo la stessa, per essere rivenduta all’interno, in cambio di piccoli vantaggi o per evitare indesiderati contrattempi. Si possono trovare alternative come l’inalazione di gas butano (effetti simili al popper) dalle bombolette dei fornelli a gas, correndo, però, gravi rischi. La bassa temperatura dello stesso, infatti, può causare nella persona che inala, ustioni da congelamento alle vie respiratorie, edema polmonare e arresto cardiaco improvviso. Altro espediente è tentare l’estrazione di alcune sostanze con effetti psicotropi da farmaci a disposizione o utilizzarne alcuni in dosaggi massicci.
Auspicabile, ma impropria sarebbe la parola infine, nel riportare la possibilità di produrre anche vino in cella - nei paesi anglosassoni Pruno o Toilet Wine -, utilizzando ingredienti come frutta (mele, arance, prugne), zucchero o gelatina, e pane avanzato (che funge da attivatore grazie ai lieviti naturali). In questo caso il pericolo di intossicazioni è altissimo così come quello di contrarre botulismo. Per come opera, nel nostro Paese, il carcere oggi, rispetto all’uso e allo spaccio, la possibilità della recidiva non è probabile, durante e dopo, nella maggior parte dei casi, è sempre più certa.










