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di Diana Ligorio

Il Domani, 3 settembre 2025

“Non ho paura della terza guerra mondiale. Noi stiamo in galera e le galere non le bombardano”, Margherita tira su i grandi occhiali che le sono scivolati sul naso. Diciannove anni, è arrivata al minorile di Casal del Marmo due anni fa. Il carcere, lo chiama galera. Nelle occasioni importanti diventa istituto: “Ipm, quando c’è il direttore”. In caso di conflitto armato tra potenze invece lo chiama zona di confort. Quando è da sola con i suoi pensieri, la galera diventa caleidoscopio del tempo: piccoli frammenti del dentro e del fuori, del prima e del dopo compongono forme che si proiettano nello spazio fisico della detenzione. Il tempo in carcere è qualcosa che si vede, si tocca.

Per Marg il tempo dentro scorre veloce, troppo veloce: “Ne sto sprecando un sacco. È frustrante. In un niente sono passati due anni e mi sembra di aver fatto poco”. In realtà, in carcere si è diplomata e ha iniziato l’università: “Sento di stare ferma, di non crescere, di non evolvermi. Spesso sono stanca. È una stanchezza mentale ed emotiva e fisica, imbarazzante”.

Attaccarsi al carcere per sentirsi a casa - Marg passerebbe tutto il giorno sui libri: “Lo studio è la mia vita. Ci sono stati momenti in cui è stato più importante studiare che mangiare”. È il suo modo per non sentirsi impreparata e per avere cose da raccontare che possano sorprendere le altre. Le piace anche scrivere: “Scrivo quello che provo, soprattutto le frustrazioni. I giorni sono tutti uguali, perdi la percezione di quello che ti succede. Ho bisogno di scrivere le mie sensazioni perché scrivendole le rendo reali”. Prende una lunga ciocca di capelli, liscia, sfilacciata. Fa un nodo, lo scioglie, lo pettina con le dita. Poi procede con un nuovo nodo e così via: “I legami che si formano in questo posto sono viscerali, fuori non esistono. C’è sempre un attaccamento anche con chi non sopporti. Riuscirei a difendere persone che non tollero se la situazione lo rendesse necessario”.

Le mani di Marg passano a lisciare il bordo del tavolo, a toccarne la consistenza, misurarne la forza. Con le cose che compongono il carcere si crea un rapporto fisico: “Quando i ragazzi hanno abbattuto il gazebo, io ho sofferto fisicamente”. Forse per questo lei la chiama galera, con un nome femminile: è una parte del suo corpo, la sua continuazione. “Devi attaccarti per forza a questo posto. Altrimenti ti senti estraniato. Devi attaccarti a qualsiasi cosa, anche a un comodino. Io ho pianto quando è stato rotto il mio comodino. Bisogna attaccarsi a qualcosa per sentirsi un po’ più a casa. Perché questa diventa casa”.

La galera come corpo - La galera come corpo e come casa diventa una matrioska: poi si scompone, mettendo fuori presenze separate che moltiplicano tra loro una distanza. “Gli agenti sono frustrati e i detenuti sono frustrati e siamo tutti quanti talmente tanto frustrati da non capire che potremmo condividere questa cosa: in forme diverse stiamo soffrendo tutti la stessa cosa. E invece siamo distanti e freddi. E ti crei un secondo carcere intorno a quello in cui già stai. E non ti serve. Già ne hai uno di carcere. Quante galere ti devi fare?”.

Nei primi quattro mesi di detenzione a Marg non è venuto il ciclo. Bloccato. Poi ha cominciato a perdere peso. E le sue allergie si sono moltiplicate. Lei è allergica alle mimose e vicino al carcere ce n’è un campo enorme che a marzo fiorisce con il suo giallo stellato. Da dentro lei non lo può vedere, ma lo sente nel suo naso, nei polmoni, nel fluido che dal dentro del corpo esce fuori.

Anche il suo corpo vive una primavera, fastidiosa. Un corpo-galera che tiene il tempo delle stagioni, dell’attesa o di una sospensione. Prendiamo il sesso, ad esempio: “Pensare che la persona accanto a me possa masturbarsi mentre io sono presente nella stessa stanza è una cosa fisicamente dolorosa. Mi sento violata”. Strofina le mani sulle guance coperte di acne. “È così bello il sesso, non capisco perché non ci sia permesso. Perché non fare Woodstock Casal del Marmo?”, ride, tira su col naso, uno sguardo lanciato al di là degli occhiali cascanti.

Le aspettative del fuori - La stanza, Marg la chiama cella e la condivide con un’altra ragazza. Dopo che alcune ragazze hanno devastato le camere, lei ha richiesto che le venisse assegnata la stanza più piccola dell’istituto: “A casa la mia camera era minuscola. Era uno sgabuzzino delle scope prima che diventasse la mia stanza. Il letto occupava tutto il pavimento calpestabile. Io adoro gli spazi piccoli. Voglio che sia tutto a portata di mano, che le pareti siano vicine a me, che non ci sia spazio per perdersi e distrarsi”. Ecco allora che la parola cella suona tanto vicino alla parola cellula, un organismo vivente che si espande lungo pareti e sbarre rendendole tessuti in continuità epidermica con il corpo di lei. “Fosse per me rimpicciolirei tutta la palazzina. Fra molto, molto tempo, quando dovrò cercare casa, vorrò un piccolo monolocale”. Marg viene da Palermo. Roma, la odia. “Questa è la città dove gli autobus prendono fuoco da soli. Quando sono uscita per un permesso, il giorno del mio compleanno, i miei occhi cominciarono a lacrimare per l’inquinamento”. Ma Roma sarà il posto dove rimarrà quando terminerà la sua pena perché non ha una casa e una famiglia dove fare ritorno. Quando uscirà, Marg sarà una donna di quasi 40 anni. Quando uscirà, vorrebbe non sentirsi schiacciata dall’ansia di prestazione: “Vorrei tornare a vivere senza le aspettative: dover dimostrare di essere brava e buona”.

Fingere una normalità - Non pensa alla scarcerazione: “Penso a quando sarò una donna in carriera, ma non al momento in cui finisco di stare qui e inizio a stare fuori. Penso al dopo, ai miei cinque gatti e a come chiamarli. Non penso che ci sarà una transizione tra questo posto e il mondo esterno”. Quando scarcerano qualcuno, si chiede se la persona che ha fatto parte della sua vita dentro, ne farà parte anche fuori: “Quella persona a cui ho voluto tanto bene in questo posto, farà parte ancora della mia vita?”. Con la sua amica a Palermo ha una corrispondenza, ma Marg preferisce ricevere le lettere più che scriverle: “Quando le scrivo, faccio finta di essere normale, le racconto di un film che ho visto in tv o di un libro che ho letto. Lei invece è una vera persona normale e non ha bisogno di far finta di esserlo. Mi racconta della sua love story o del film visto al cinema e io le rispondo due anni dopo: lo hanno passato in chiaro, ora l’ho visto anche io”.

Dare un senso al carcere - Le dita di Marg non hanno mai smesso di muoversi, di battere sul tavolo ogni parola che ha scelto per raccontarsi: “È una condanna che mi porterò a vita. Lo stigma e il dolore restano. Però, io in questo momento mi sento una privilegiata: sono circondata da persone che si impegnano affinché io stia nel migliore dei modi possibili. Qui dentro c’è qualcuno che si occupa di me e io fuori non ce l’ho mai avuto”. In carcere non deve pensare di andare a fare la spesa, di cucinare il pranzo e la cena. Non deve trovare i soldi per iscriversi all’università. “Non ho bisogno di capire da sola come affrontare i miei problemi perché c’è qualcuno che mi aiuta. Ho l’opportunità di riflettere su di me, sulla mia vita, su ciò che voglio e voglio essere. Penso che questo sia il senso di questo posto. Mi piace questo posto. Lo odio, mi fa schifo. Più o meno ogni giorno dico: non ce la faccio più, voglio uscire. Ma in fondo mi piace stare qui”.

Si toglie i grandi occhiali, pulisce le lenti con la manica della maglia. Li rimette sul naso e mi guarda con la testa di lato: “Fuori da qui, io dovevo pensare totalmente a me stessa. E questo sarà anche il mio futuro. Da sola contro il mondo”. Le dita di Marg tornano a graffiare l’aria, a squarciare l’ultimo velo che è rimasto: “La tua vita sta a te. Qui dentro sta a te e a qualcun altro. È molto simpatico farsi cullare. Lo consiglio a tutti di farsi arrestare”.