sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Andrea Nobili*

Il Resto del Carlino, 14 gennaio 2024

Non tanto e non solo per la condizione delle carceri, spesso vecchie e sovraffollate, in sofferenza per l’insufficienza di personale di Polizia penitenziaria e per la carenza di figure professionali, ma, soprattutto, per la crisi che sta vivendo il nostro sistema di welfare. Ciò, con particolare riferimento al versante volto all’aiuto di soggetti a rischio, come quelli con problemi psichiatrici e di tossicodipendenza, spesso combinati tra loro. In modo superficiale, la politica (la competenza è regionale), nonostante l’intensificarsi del problema, nel corso degli anni, e senza distinzioni di colore, ha derubricato il tema.

E nell’indifferenza generale il carcere è diventato una risposta alla malattia psichiatrica, alle dipendenze, alla povertà. Si pensi che quasi il 10 per cento dei detenuti ha problemi psichiatrici; tuttavia, le ore di sostegno sono pochissime. Mancando il personale qualificato, si ricorre sempre più agli psicofarmaci. La salute mentale è un problema enorme all’interno degli istituti penitenziari, un problema che mette a dura prova anche gli operatori che vi lavorano. La conferma sta nell’alto numero di detenuti che si uccidono, oltre dieci volte in più rispetto alla popolazione libera. Molte delle persone più vulnerabili, come Matteo Concetti, in cella non ci dovrebbero proprio stare; tutt’al più dovrebbero essere collocate in reparti specifici per detenuti con malattie psichiche, o, meglio, in strutture dedicate. Si pensi, anche, al dramma di quelle famiglie che non sanno come gestire situazioni sofferte; con i Dipartimenti di salute mentale non più in grado di affrontare un disagio crescente, senza risorse e strumenti a disposizione. Per questo, in certi casi disperati, il carcere è un termine inevitabile.

Ma la risposta non può consistere in un facile populismo penale, orientato alla carcerazione delle problematiche psichiatriche. Viceversa, occorrono misure straordinarie, che riconoscano il problema per quello che è, capaci non solo di individuare risorse ma di adeguare ai tempi le normative e conquiste di civiltà come la Legge Basaglia. In questo modo sarebbe, forse, possibile contribuire a rendere le carceri luoghi più umani”.

*Avvocato, ex Garante regionale dei diritti dei detenuti della Regione Marche