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di Lirio Abbate

La Repubblica, 21 novembre 2024

Vittime e carnefici si muovono in uno spazio di fatto abbandonato dallo Stato. L’inchiesta sulle violenze nel carcere di Trapani è un compendio dell’orrore. Abusi, torture fisiche e psicologiche, diritti calpestati, dove vittime e carnefici si muovono in uno spazio di fatto abbandonato dallo Stato. Un inferno, insomma. Che andava avanti da almeno due anni, il tempo dell’inchiesta condotta dal procuratore Gabriele Paci. Era stato dimenticato da tutti, il carcere di Trapani. Erano abbandonati a loro stessi gli agenti della polizia penitenziaria. La direzione era esercitata, “per la firma”, una volta a settimana da un dirigente assegnato ad altro carcere. Non c’erano psichiatri o psicologi, o assistenti sociali. Suppliva la Asl “periodicamente” per non più di due ore la settimana.

La sofferenza psichica di chi era dietro le sbarre, soprattutto dei più fragili (tossicodipendenti in crisi d’astinenza o persone affette da malattia mentale), era affare dei soli agenti della penitenziaria. Nessuno controllava come decidessero di “mettere in riga” qualcuno o “mettere ordine” nelle sezioni. A Trapani vigeva la legge più antica. Quella del più forte. E gli agenti più che poliziotti erano diventati sceriffi. Il processo farà il suo corso, sostenuto dalla forza probatoria delle immagini catturate da una telecamera nascosta. E il processo mostrerà che a Trapani la violenza era riservata agli ultimi tra gli ultimi.

Detenuti che non si possono permettere avvocati di fiducia, che spesso non hanno nessuno che li vada a trovare in carcere. Hanno avuto il coraggio e la forza di denunciare, facendo partire l’inchiesta. Meritano che la giustizia mostri altrettanto coraggio e determinazione nel perseguire le responsabilità dei loro carnefici.

Ma questa storia non è solo una faccenda da codice penale. Perché torna a porre una serie di domande che interpellano la politica. Che carceri ha il nostro Paese? Chi garantisce che all’interno delle loro mura vengano rispettati i diritti? E soprattutto: quale idea del carcere ha questo governo?

Abbiamo un ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che dopo il settantaduesimo suicidio di un detenuto ha spiegato che non esiste correlazione tra suicidi e sovraffollamento. Salvo promettere nuovi interventi - rimasti sin qui lettera morta - dopo il deludente decreto “carcere sicuro”. Né si ha traccia del lavoro dell’annunciato commissario straordinario per l’emergenza carceri.

Abbiamo anche un sottosegretario alla Giustizia, con delega al Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, Andrea Delmastro, che pochi giorni fa ha manifestato, durante l’intervento autocelebrativo nella sede del Dap, la sua “gioia” nell’auspicare che i detenuti mafiosi trasportati in auto speciali “non riescano a respirare”. Parole shock che la premier Meloni ha provato a edulcorare sostenendo che Delmastro si riferisse alla necessità di usare il massimo del rigore nella lotta alla mafia.

Ma il punto è proprio qui. Nel carcere di Trapani, i mafiosi non dovevano avere paura. Perché tra quelle mura e in quegli spazi ridotti a incubatore criminogeno, la violenza degli agenti rispettava la gerarchia della strada. Ai “forti” non veniva torto un capello. Per i deboli nessuna pietà. Gerarchia di strada e gerarchia del carcere come due realtà allo specchio. Ai boss, telefonini e droga. Ai disgraziati, sovraffollamento, mazzate e - come a Trapani - secchiate di acqua e piscio.

Non basterà dunque stavolta - come fu dopo le violenze del carcere di Santa Maria Capua Vetere - sostenere la solita teoria delle “mele marce”. Perché le mele marciscono se l’aria in cui sono è cattiva. E l’aria in cui ogni giorno vivono le decine di migliaia di detenuti italiani è pessima. Come ormai documentano da tempo, inascoltate, le associazioni di sostegno per i diritti ai detenuti.