di Antonio Nastasio*
bergamonews.it, 16 dicembre 2023
Nel cuore pulsante milanese, esiste il mondo poco noto della Casa Circondariale di San Vittore, che con il suo design panottico, si rivela non solo luogo di detenzione, ma anche il palcoscenico per uno dei momenti più ambiti, la Prima alla Scala, quest’anno annerito da una tragedia umana. È successo a Milano nel carcere di San Vittore, mentre invitati esterni, tra cui io, e detenuti, partecipavano mediante megaschermo, alla Prima del Don Carlos alla Scala. Un detenuto egiziano di 46 anni, tenta il suicidio per poi morire poco dopo in ospedale, evento che colpisce sempre più i nuovi giunti, in particolare giovani.
Il trasmettere per i detenuti la Prima della Scala nella Casa Circondariale di San Vittore è un evento che si ripete felicemente dal 2013, nel tentativo di intrecciare la magia della lirica con la realtà della vita dietro le sbarre. Quest’anno la Prima si è trasformata in un palcoscenico unico, dove le sublimi note di Don Carlo di Verdi hanno incontrato la realtà carceraria in una struttura dal passato “redentivo” del XIX secolo.
La serata ha preso una piega inaspettata durante il secondo atto, con un improvviso via vai dal quinto Raggio, di operatori sanitari e membri delle forze dell’ordine, catturando l’attenzione degli spettatori, creando un’atmosfera densa di preoccupazione e drammatica emergenza, fino alla comunicazione, con profonda umanità e competenza da parte del Direttore, del grave fatto avverato dietro le sbarre. Nel vuoto seguito all’annuncio, si è svelata una realtà non nascosta, ma da anni sbandierata dietro le sbarre: il problema del suicidio in carcere specie per i nuovi giunti e con preminenza giovanile, dramma che si è manifestato nella sua cruda realtà, superando la magia dell’opera di Verdi proiettata sullo schermo.
In quella sera, detenuti e ospiti, hanno condiviso la consapevolezza dell’importanza di ascoltarsi reciprocamente, consci che alcune considerazioni di fondo rimangono inascoltate e granitiche nella loro immutabilità; sono le continue denunce rilevate anche dai mass media nazionali e che condivido, su persone detenute poste all’ammasso, verso cui non si intravede alcuna politica governativa agli atti, in grado di risolvere il problema.
Anni fa in situazioni analoghe presentai due proposte, che riconfermo nella loro attualità: la prima fu accettata con modifiche, per attenuare in modo immediato il sovraffollamento senza ricorrere alle “grazie regie” e verteva sulla liberazione anticipata che poteva essere aumentata di un anno per chi aveva avuto una applicazione positiva e per chi non aveva reati di particolare gravità; la seconda, non accettata, partiva dalla considerazione che l’aver cancellato gli Ospedali Psichiatrico Giudiziali per portare i malati di mente in carcere, mi trovava e mi trova in totale disaccordo.
Attualmente in Italia esistono le REMS, residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, cioè strutture sanitarie di accoglienza per autori di reato affetti da disturbi mentali (infermi di mente) e socialmente pericolosi, con gestione interna di esclusiva competenza sanitaria, poiché afferenti al Dipartimento di Salute Mentale delle ASL di competenza. Le REMS (poste all’interno del contesto carcere) possono ospitare al massimo 30 posti: contenitore non sufficiente per un numero sempre in aumento in quanto la depressione in carcere è endemica ed è tenuta a bada con forti dosi di ansiolitici. Quindi il carcere crea malattia, e che ne è di chi entra già malato mentale, poi come ne uscirà?
Forse sarebbe il caso di rivedere proposte passate nelle idee migliori e riprenderle, adattandole al presente, senza ricercare l’araba fenice che salva e risolve. Quando si parla di strutture contenitive perché riferirsi costantemente ai colossi del neo regno italico/sabaudo immensi, vetusti, solenni che non più intimidiscono dall’esterno ma consumano, chi vi entra, dall’interno?
La proposta che indico, è la creazione diversificata di strutture custodialistiche, quando non sono possibili quelle non custodiali, in base alla tipologia di reato ed alla pericolosità criminale, che può non essere quella della condanna per i malati mentali responsabili di reati, e per chi non ha risorse esterne per beneficiare di pene alternative. Per questi ultimi il carcere rimane un bene rifugio, in quanto fuori non avrebbero altra soluzione che commettere reati, perché non hanno nessun supporto esterno, o per chi preferisce il carcere alla prospettiva del rimpatrio.
Il contenitore custodiale può avere altro aspetto, meno costoso e più funzionale, riutilizzando strutture dismesse e non utilizzate dallo Stato, senza riproporre le stesse architetture e le stesse modalità operative/organizzative datate 1861. Può anche distribuire nuove pene, come quelle economiche, che per certi reati appaino maggiormente punitive che quelle custodiali.
Infine nei nuovi e diversificati luoghi detentivi dovrebbero lavorarci agenti di polizia penitenziaria preparati e motivati, che non li considerino posti di lavoro punitivi, ma il fiore all’occhiello della Giustizia in quanto a vari gradi, anche alti, tutti chiamati lì a operare. Forse così si potrebbe invertire il primato crescente dei suicidi tra detenuti e tra agenti, favorendo un buon trattamento, attualmente troppo assicurato dalla quantità di psicofarmaci somministrati ai detenuti.
*Ex dirigente superiore dell’A.P., ex Giudice Onorario










