di Massimo Pandolfi
Il Resto del Carlino, 8 luglio 2025
Caccia all’uomo. Caccia a un uomo. Un ragazzo, più che un uomo. Un bulletto di 26 anni, capobanda, manipolatore - come lo hanno definito in tanti - che quasi sette anni fa ha compiuto la sciocchezza più grande della sua vita. In una discoteca strapiena - troppo strapiena - a Corinaldo, in provincia di Ancona, ha spruzzato dello spray al peperoncino, creando il panico e provocando una fuga di massa. Fu una tragedia. Persero la vita sei persone: cinque ragazzi e una mamma. Morti schiacciati. Il peggio del peggio.
Il ragazzo in questione è Andrea Cavallari, 26 anni, modenese della Bassa, arrestato nel 2019 e condannato a 11 anni e 10 mesi di reclusione. L’altro giorno Cavallari ha compiuto un’altra, enorme, sciocchezza: uscito dal carcere per laurearsi, dopo il pranzo di festa con i genitori, è fuggito. Evaso. Questa è la cronaca, che finirà inevitabilmente (speriamo) con una nuova cattura. E Andrea dovrà ripagarla cara. Però…
Qui sorgono tutti i “però” che, ovviamente e giustamente, ai familiari di quelle sei vittime non importano nulla - anzi, rischiano di ferirli ulteriormente. Ma questi “però” devono, purtroppo o per fortuna, esistere in una società civile. Andrea Cavallari è entrato in carcere a 20 anni, si è messo a studiare, si è laureato, presto avrebbe usufruito dei primi permessi e invece è fuggito, pare insieme alla fidanzata. Perché? Domanda senza risposta.
Di sicuro, se lo avessero accompagnato in Facoltà con una scorta (cosa che non è avvenuta), oggi non saremmo qui a scrivere questo articolo. Altri pagheranno ora, inevitabile. Ma detto ciò, non dimentichiamoci mai - mai - cos’è e a cosa serve un carcere. Primo: a pagare le colpe, certo. Secondo: anche a costruire, a provare a ricostruire, una persona diversa. A volte ci si riesce, tante altre no. In cella, ancora di più che nella vita ordinaria, si cade, ci si rialza, si cade di nuovo.
Molti di noi, in questi anni, si sono incollati al televisore o al PC per vedere Mare Fuori, una serie che parla proprio di queste cose. Tifiamo, davanti allo schermo, nella finzione di un film, per quei ragazzi in fuga - non dal carcere, ma dall’inferno del reato - con mille tentazioni di rituffarsi nell’inferno. Poi, nella pratica, anche nella pratica dell’”Andrea Cavallari di turno”, ci verrebbe invece voglia di prendere le chiavi della cella e gettarle via.
No. Sforziamoci di non pensarlo mai. L’equilibrio tra le due esigenze - scontare la pena e lavorare per il recupero - è delicato e complicatissimo, ma non va mai abbandonato. Né censurato. Nemmeno quando capitano storiacce come quella di Corinaldo e di Andrea Cavallari. La vera speranza, per tutti, deve essere che un giorno anche Andrea Cavallari possa farsi una vita nuova, pulita.










