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ansa.it, 10 giugno 2026

Conclusa la ricognizione dei documenti della prigione borbonica. È rimasto aperto, ma sarebbe meglio dire “chiuso”, per 160 anni, ospitando nelle sue celle uomini che hanno scritto la nostra storia, da Luigi Settembrini al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, o criminali comuni, noti dissidenti politici e oppositori dei vari regimi succedutisi in Italia, come il brigante Carmine Crocco, l’anarchico Giuseppe Mariani, il bandito Sante Pollastri. Oppure, tra tutti, Altiero Spinelli, lo storico antifascista e padre fondatore dell’Unione Europea, che proprio durante il confino e la prigionia tra Ventotene e Santo Stefano scrisse il celebre Manifesto. L’ex carcere di Santo Stefano, edificato dai Borbone alla fine del ‘700 nell’inaccessibile isolotto situato ad un miglio da Ventotene, famoso per la sua struttura “panottica a anfiteatro a cielo aperto”, dopo la sua chiusura nel 1965, a cui è seguito un lungo periodo di vandalismo, incuria e degrado, dal 2016 è stato avviato ad un progetto governativo di recupero e valorizzazione. L’obiettivo è di far rinascere l’intera cittadella carceraria per ospitare spazi museali e aree dedicati all’alta formazione, integrati a percorsi espositivi naturalistici.

In quest’ottica è stata avviata anche una ricognizione archivistica della documentazione dell’ex carcere borbonico i cui risultati sono stati presentati oggi al ministero della Cultura, in occasione della giornata internazionale degli Archivi. In cui il commissario straordinario di governo Giuseppe Marinello e il direttore generale Archivi del Ministero della Cultura Antonio Tarasco hanno anche sottoscritto, presente il sottosegretario Giampiero Cannella, un Accordo di partenariato. Il carcere nei due secoli di funzionamento ha visto detenuti tra le sue celle patrioti italiani del Risorgimento, condannati politici e comuni: di tutti emergono le loro vite, individualmente o come comunità reclusa, dalle corrispondenze di direttori, agenti di custodia e cappellani che pure ebbero un ruolo fondamentale per il conforto dei detenuti. Ognuno di loro ha lasciato tracce del loro passaggio così come gli eventi storici che ne determinarono la loro presenza sull’isola.

Dopo la ricognizione, le fonti relative all’Ergastolo di Santo Stefano saranno ora progressivamente integrate nei sistemi informativi archivistici coordinati dall’Istituto Centrale per gli Archivi, nell’ambito del nuovo portale “Archivi Nazionali”, che rappresenterà il punto di accesso unico per la ricerca e la consultazione di tutte le risorse descrittive attualmente presenti nei diversi sistemi e portali archivistici. Si tratta, ha detto Marinello, “di un patrimonio ancora poco conosciuto il cui recupero contribuirà a fare emergere. La mole della documentazione esaminata va ben oltre quanto fin qui immaginato e ci restituisce una vitalità impensabile che, attraverso la digitalizzazione, sarà fruibile non solo agli studiosi ma anche ai molti cittadini italiani e europei”. L’Ergastolo di Santo Stefano, ha notato anche Tarasco, è “uno dei luoghi più significativi della storia italiana, non soltanto per la sua funzione penitenziaria ma anche perché attraverso le sue vicende è possibile leggere passaggi fondamentali del Risorgimento, dell’Italia unita, della costruzione della nostra democrazia e della storia del diritto penale e penitenziario. Il patrimonio documentario conservato negli Archivi di Stato restituisce voce ai detenuti, agli amministratori, agli operatori e alle comunità che hanno vissuto questo luogo nel corso di oltre due secoli”. L’esposizione dei risultati della ricognizione archivistica, che abbraccia un periodo, appunto, di oltre duecento anni, è stata affidata a Marilena Giovannelli e Libera Pennacchi, già direttrici dell’Archivio di Stato di Latina, e a Ferdinando Salemme, direttore dell’Archivio di Stato di Napoli.