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di Emanuele Roncalli*

L’Unità, 20 giugno 2026

Il sistema penitenziario è al collasso. Il carcere è in coma. E la malattia sembra irreversibile. Per carità, non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca, ma le accorate e reiterate domande che escono da questo mondo claustrofobico, fatto di gabbie su cui si accendono i riflettori a intermittenza, restano da tempo immemore senza risposte adeguate. Logorata da dibattiti e belle promesse, la questione carceraria abita un cosmo astratto, sospeso nel tempo e nello spazio, dove reale è solo la tragedia di chi consuma i propri giorni in questo “luogo-non luogo”, privo di identità.

Convegni e seminari di sociologi e giuristi, economisti e analisti politici, clinici e psichiatri si susseguono a singhiozzo, finendo talvolta per annacquare discorsi che grondano di retorica e luoghi comuni. Per non parlare di riforme, di interpellanze parlamentari che finiscono per diventare lettera morta.

Non siamo disfattisti. Siamo allarmati. A fronte di questi pronunciamenti, c’è una fetta di società civile che preferisce ignorare l’argomento. Perché, visto da fuori, per molti il carcere è un corpo estraneo, qualcosa di fastidioso, come un bubbone sulla pelle. Passano davanti a invalicabili mura delimitate da filo spinato, allungano la camminata e distolgono lo sguardo. Quasi temono la fortezza che ospita l’arcipelago della disperazione.

Parole come giustizia riparativa, misure alternative alla detenzione non rientrano nel vocabolario della gente comune e i media si occupano dei detenuti saltuariamente, quando la notizia fa sensazione, fa vendere, mentre ci si dovrebbe ricordare che un quotidiano, un telegiornale può - anzi deve - sensibilizzare, educare, diffondere cultura.

È singolare come i telespettatori si appassionino a inchieste tv sui delitti più efferati, sbirciando fra le mura domestiche altrui dal buco della serratura, mostrando morbose attenzioni alle tendenze sessuali di un indagato, per poi dimenticarsene in eterno se lo stesso finisce dietro le sbarre.

È singolare come giornali e tv affrontino, con puntate a raffica, un fatto di sangue, tentando di sviscerarlo con processi mediatici neanche tanto velati, puntando l’attenzione su presunti innocenti che dividono i telespettatori in tifoserie e poi se ne dimentichino per sempre al raggiungimento di una sentenza di condanna. È finito lo show, buttate via la chiave.

Parlare di carcere, del resto, è impopolare e non porta nemmeno voti o preferenze. Si rischia la retorica, certo, ma il sipario deve rimanere alzato. Anche quello del palcoscenico

social. In rete imperano prezzolati influencer che si occupano di hotel e ristoranti stellati, mentre ci vorrebbero testimonial che parlassero stabilmente di carcere, che risvegliassero le coscienze. Chi si occupa di carcere h24 sono invece associazioni e sodalizi come Nessuno tocchi Caino, Antigone, Ristretti Orizzonti, che da soli portano avanti battaglie impari.

Al centro di tutto resta il detenuto, con la sua solitudine, mentre la voglia di ghigliottina fatica a tramontare. Non si tratta di assolvere chi ha violato la legge, ma di far rispettare la legge che tutela il condannato.

Chi delinque entra in una dimensione afflittiva. In cella gli fanno compagnia tormenti e rimorsi e una moltitudine di occhi di gente sconosciuta con cui condividere giorni, settimane, mesi, se non addirittura anni, in uno spazio angusto, privo di privacy, di pochi metri quadrati.

“Il carcere come camicia di forza, come immobilità per non far del male è pura follia, è antieducativo - ha scritto lo psichiatra Vittorino Andreoli. Non appena viene tolto il gesso, c’è subito una voglia di correre e di correre contro la legge. Senza considerare l’assurdo di un luogo dove si accumula la criminalità, che ha un potere endemico maggiore di un virus influenzale.”

Se si rilegge la storia, si scoprirà che sotto i Romani, ma anche durante la società feudale, il carcere aveva una funzione squisitamente temporanea in attesa della pena, anche se - siamo consapevoli - le sanzioni erano di tutt’altra natura. È dall’Ottocento che il carcere diventa strumento sanzionatorio e da lì nasce il sistema penitenziario moderno, dove di moderno si fatica a vedere cosa ci sia.

Il carcere resta dunque l’unica soluzione per riabilitare il reo? La realtà è sotto gli occhi di tutti: sovraffollamento, risse, rivolte, suicidi. L’art. 27 della Costituzione (Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato) resta in buona parte sulla carta.

Riscatto è l’altra parola che non rientra nel vocabolario di molti. Riscatto che passa attraverso diverse modalità, prima fra tutte quella del lavoro, garantito ancora da pochi generosi imprenditori. Solo così il detenuto può riabilitarsi e ritrovare quella dignità che aveva perduto.

Ci sono casi emblematici per i quali il potere punitivo dello Stato ha ampiamente superato ogni limite. Ci riferiamo a Domenico Papalia, in carcere da quasi sessant’anni. Ne ha parlato anche Sergio D’Elia poche settimane fa. È originario di Platì. Chi nasce nel paese calabrese non si comprende per quale motivo debba avere già uno stigma sulla propria pelle. È più facile associarlo alla stagione dei sequestri che accostarlo a nomi della cultura come Corrado Alvaro, la cui casa, a San Luca, dista 15 minuti d’auto.

Papalia, dicevamo, ha trascorso la sua esistenza - praticamente intera - nelle patrie galere. Ha ottantuno anni, è malato oncologico con metastasi e un corollario di patologie che ne hanno minato il corpo. I suoi avvocati hanno chiesto il differimento di pena, ma finora il magistrato di sorveglianza non ha ritenuto di dover dare seguito a questa legittima richiesta. Siamo davvero certi che la sua condizione carceraria non sia contraria al senso di umanità?

Per Papalia, tempo addietro, avevano chiesto la grazia il giudice Ferdinando Imposimato, lo storico sindacalista della Cgil Francesco Catanzariti, l’associazione Nessuno tocchi Caino, per ricordare solo alcuni nomi. In Papalia chi scrive si è imbattuto tempo fa, ritrovando un corposo epistolario fra suor Gervasia Asioli, religiosa orsolina che prestò servizio in diversi istituti di pena, e centinaia di detenuti. Lì ci sono missive di Papalia alla religiosa, pubblicate nel libro “Una suora all’inferno” (Marietti Editore 2005), scritto a quattro mani con il collega giornalista Gabriele Moroni.

In una di queste, da Civitavecchia il 12 dicembre 1985, Papalia scrive: “Nel passato o meglio nella giovinezza non sono stato un Santo, ma quanti santi sono diventati delinquenti e quanti delinquenti diventati Santi? Nella vita di ogni uomo c’è un attimo e un momento di conversione e di esami con la propria coscienza e da questi esami viene

fuori un uomo tutto diverso, un amore dentro e un uomo che nonostante tutto non ha mai perso la fede in Dio e la fiducia nella giustizia. Questo sono io oggi, senza portare rancore né alla magistratura che mi ha condannato innocentemente, né alla società, né all’umanità.”

La stessa suor Gervasia, il 7 febbraio 1991, scrive al Tribunale di Sorveglianza di Brescia evidenziando “l’esemplarità di condotta di Papalia sia nei riguardi dei superiori che nei rapporti con gli altri detenuti”. “Posso pure affermare - aggiungeva la religiosa - di averlo sempre trovato disponibile ad aiutare persone in difficoltà che, nello scambio epistolare, veniva a conoscere tramite me dandomi così modo di poter intervenire in momenti di gravi difficoltà economiche che coinvolgeva la famiglia. Credo che sia una persona affidabile sulla cui lealtà a seguire dettagliatamente le giuste imposizioni della legge non ci sia da dubitare. Chiedo scusa se mi sono permessa di fare presenti queste osservazioni e conto sulla benevola attenzione perché vengono vagliate e prese in considerazione.” Sono passati 35 anni da quella richiesta. Si dirà che suor Gervasia era fin troppo benevola.

Cosa dire allora ai nostri governanti che hanno ignorato l’appello per un’amnistia in occasione del Giubileo, rilanciato sia da Papa Francesco che da Leone XIII? Nessun provvedimento di clemenza è stato adottato da Governo e Parlamento per ridurre il sovraffollamento. L’ultima amnistia risale al 1990, mentre l’ultimo indulto è stato varato nel 2006. Se non si fosse ancora capito, l’unica via per la riduzione della pena - in assenza di amnistia o indulto - resta l’applicazione di misure alternative alla detenzione, come l’affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare.

Chi sperimenta sulla propria pelle la detenzione ne porterà i segni per sempre. Anche quando lo Stato sbaglia. È il caso di Daniele Barillà, imprenditore milanese scambiato per narcotrafficante, assolto dopo oltre 7 anni di carcere e risarcito con circa 3 milioni di euro. Lo abbiamo incontrato nel suo esilio in Spagna. “I milioni li sto spendendo in medicine e ho bisogno di un trapianto di cuore” ci ha detto. Distrutto nell’animo e nel fisico, Barillà ha scelto, suo malgrado, di voltare le spalle all’Italia.

*Giornalista e saggista. L’autore di questo articolo è il biografo di famiglia di Giovanni XXIII, il “Papa buono”, suo prozio. È iscritto anche a Nessuno tocchi Caino, come Domenico Papalia, che ha conosciuto in qualche colonia penale del nostro Paese. Insieme a Gabriele Moroni, Emanuele ha curato il libro “Una suora all’inferno”, un florilegio straordinario di lettere inviate dai carcerati a suor Gervasia Asioli, la “mamma dei detenuti”, come la chiamavano in tanti, detenuti comuni e detenuti speciali, gli uni e gli altri testimoni della spiritualità e umanità che possono albergare nelle celle italiane. A suor Gervasia si è rivolto anche Domenico Papalia, “una persona affidabile sulla cui lealtà a seguire dettagliatamente le giuste imposizioni della legge non ci sia da dubitare”, ha scritto di lui la religiosa in una lettera del 1991 al tribunale di Sorveglianza di Brescia. Una sorta di “amicus curiae” che, dopo trentacinque anni, è ancora più attuale, in attesa della riunion e ormai vicina di un altro tribunale di sorveglianza chiamato a decidere se i suoi 81 anni di età e i 60 di pena espiata, che nel corso del tempo è diventata anche pena corporale, siano compatibili con lo stato di detenzione.