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di Massimo Lensi*

Corriere Fiorentino, 23 febbraio 2025

In linea d’aria, tra Sollicciano e la Dogaia ci sono solo 17 chilometri di Piana, un territorio densamente antropizzato, dove le città di Firenze e Prato hanno dato origine a zone di degrado e di commercio. È l’area della Toscana con l’indice più alto di Pil regionale. Nei due istituti penitenziari, a poche ore di distanza l’uno dall’altro, si sono suicidati nei giorni scorsi due detenuti di 39 e 32 anni. Il primo, originario della Romania, si è impiccato nel bagnetto della cella; il secondo, proveniente dal Marocco, ha inalato gas letale da un fornellino.

Irma Conti, del collegio nazionale del Garante dei detenuti, ha osservato che sarebbero 19 mila i detenuti con pene residue fino a 3 anni che potrebbero usufruire del sistema delle pene alternative. In una situazione di grave sovraffollamento carcerario, peraltro in costante aumento, questi 19 mila detenuti rappresenterebbero una prima soluzione deflattiva. Tuttavia, la burocrazia rallenta significativamente il rilascio delle ordinanze esecutive: le carte da presentare in istanza sono numerose e, nell’era del digitale avanzato e dell’intelligenza artificiale, il conteggio della pena avviene ancora manualmente. A questo totale, però, vanno sottratti circa 7 mila detenuti che non possono usufruire di misure alternative al carcere per il semplice fatto di non disporre di un domicilio, di un appoggio fisico e umano a cui fare riferimento. Il domicilio, infatti, è un requisito richiesto dalla legge penitenziaria.

Il problema, dunque, è anche politico. Finché il modello di carcerazione si baserà sulla relazione tra punizione (retribuzione) e rieducazione (risocializzazione), lo Stato - e con esso il sistema degli enti locali - avrà la responsabilità costituzionale di creare reti di sostegno per i detenuti a fine pena in condizioni di “fragilità”.

Una delle principali cause di suicidio in carcere sembra essere la paura di tornare in libertà, di uscire e riprendere il cammino interrotto. Il fenomeno prende il nome di disculturazione, ossia la difficoltà nel gestire situazioni quotidiane tipiche del mondo esterno a un’istituzione totale. Il sociologo Erving Goffman lo definì “una mancanza di allenamento” alla libertà. Un monito che riguarda tutti.

*Associazione Progetto Firenze