di Gabriele Vecchione*
Il Domani, 16 maggio 2026
Tutti erano contenti della visita di Leone XIV alla Sapienza. Tutti tranne il detenuto iscritto all’università che sarebbe dovuto essere presente ma al quale non è arrivata l’autorizzazione per l’uscita. Non è chiaro esattamente cosa sia successo, però è evidente una cosa: oggi il carcere funziona come un enorme meccanismo di rimozione collettiva. Tutti contenti per la visita pastorale del papa alla Sapienza. Tranne uno. Contenti gli studenti che in aula magna hanno sentito dirsi da Leone XIV parole che profumano di paternità: “Il malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!”.
Contenti e stupiti i cinque ragazzi provenienti dalla Striscia di Gaza che il papa ha salutato in Cappella. Contenti i professori che si sono sentiti incoraggiati nella loro missione: “Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata”. Sullo scalone monumentale alle spalle della Minerva un pro-rettore, incrociandomi, mi ha detto: “È stato un discorso gigantesco, gi-gan-te-sco”.
Tutti contenti, dicevamo, tranne uno. Si tratta del detenuto iscritto alla Sapienza invitato personalmente dalla Magnifica Rettrice, che - non certo per una prava condotta - non è stato autorizzato a prendere parte al momento di preghiera che il papa ha vissuto nella chiesa della Divina Sapienza. Seguendo il protocollo concordato con la Santa Sede, ho accompagnato personalmente dal pontefice una ragazza arrivata da Gaza lo scorso marzo e uno studente con disabilità. Avrei dovuto accompagnarvi anche uno studente di Giurisprudenza detenuto a Rebibbia. Non si sa esattamente cosa sia successo, in quale pelago di burocrazia sia annegata quell’autorizzazione, ma questo non vuole essere un j’accuse, ma solo un esempio paradigmatico di come il reinserimento dei detenuti fallisca pressoché sistematicamente.
La sua sedia, assieme alla sedia dell’assistente di polizia penitenziaria che avrebbe dovuto accompagnarlo, è stata mestamente tolta pochi secondi prima dell’arrivo del papa. A nulla sono valse le telefonate allarmate da parte dell’efficace ufficio del cerimoniale dell’università. Si fa sempre in tempo a sentirsi figli: perché la Chiesa è ancora capace di parlare ai giovani Studiare “dentro” Alla Sapienza sono iscritti 125.000 studenti circa, di cui 70 circa privati della libertà personale. Una buona parte di costoro non sono giovani. Sono persone adulte che hanno voglia di dare una testimonianza di riscatto ai figli e ai parenti che hanno deluso. Studiare non è certo facile: il papa ha parlato di un clima di esasperata competitività che porta gli studenti a sentirsi abbandonati dentro “spirali d’ansia”. Studiare in carcere è molto più difficile.
Dentro non c’è il wi-fi, non si può avere il pc, né il tablet, c’è rumore a tutte le ore, fa estremamente caldo d’estate e freddo d’inverno, per i tutores e per i professori è difficile entrare, non si hanno soldi per procurarsi i manuali e neanche il materiale di cancelleria, se un reparto viene chiuso per un provvedimento negativo della direzione, lo studente non può recarsi a sostenere l’esame o a frequentare le lezioni. Chi ha frequentato almeno un poco le carceri sa che sono attraversate da logoranti dinamiche di potere e di sottomissione. Se il papa avesse potuto salutare quello studente, non si sarebbe di certo riformato di colpo questo sistema.
Ma sarebbe stato un segno importante, un incoraggiamento per tutti i detenuti, una buona notizia da raccontare. Una ragazza che sta conseguendo il dottorato in Procedura Penale mi ha detto stamattina di aver pensato per tutta la notte a quel detenuto. Il volto di tutti i poveri cristi. Sulla croce cadono le maschere Meccanismo di rimozione A cosa serve il carcere così com’è? Che si abbia l’onestà di dire che non si ha alcuna volontà di ri-educare o di ri-socializzare una persona che ha sbagliato. Così com’è il carcere è un macroscopico meccanismo di rimozione collettiva. Serve a noi fuori per spostare l’ombra che abbiamo dentro e nulla più. Ogni volta che usciva da un penitenziario papa Francesco diceva: “Mi chiedo perché loro e non io”.
Io ho paura di una società in cui si debba pagare a vita per i propri errori o in un mondo in cui non si riesce a intravedere un uomo, un padre, un nonno, un fratello dietro una cartella poggiata su una scrivania. Voglio educare diversamente i giovani che frequentano la città universitaria. Incarcerato per atti osceni, Oscar Wilde scrisse una lunga lettera al suo amante Bosie, che poi divenne quel capolavoro che è De profundis. Nelle ultime righe di quella lettera leggiamo: “Venisti a me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell’Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più splendido: il significato del Dolore, e la sua bellezza”.
Alle volte, però, il dolore è troppo alto e il pensiero suicidario diviene un fantasma. A noi, fuori, spetta il compito di alleviarlo e di proporre dinamiche spirituali, sociali, culturali, politiche per dargli nuovo significato. Vorrei che queste righe entrassero nel penitenziario dov’è recluso il nostro studente, e magari che raggiungessero ogni detenuto. Fuori c’è ancora qualcuno che sogna un domani diverso, in cui ogni uomo non sia condannato a essere per sempre ciò che ha fatto una volta. Gattabuia, ultima fermata. La morte di Youssef è una colpa collettiva.
*Cappellano della Sapienza









