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di Renato Luparini*


Il Dubbio, 25 novembre 2020

 

Reparti al collasso, soglia di sicurezza ampiamente superata, personale allo stremo, capienza oltre ogni limite. Il governo non può far finta di niente e su pressione dell'Europa dovrà prendere provvedimenti impopolari per evitare la catastrofe. Non sto parlando di ospedali, sto riferendomi alle carceri.

Quello che ho appena scritto non è un paradosso, ma è frutto di un'osservazione diretta, sia pure da remoto, visto che oramai gli Istituti di pena sono barricati e chiusi per qualsiasi ospite, anche se con il titolo di avvocato e il ruolo, non marginale, di difensore. Sono fatti risaputi: basta parlare con qualsiasi legale, cancelliere e magistrato che operi nel settore penale, ma non interessano a nessuno, tanto meno all'opinione pubblica e quindi ai politici.

L'unico partito che da anni, meritoriamente, si batte su questi temi è il Partito Radicale, ma paradossalmente la sua battaglia è divenuta talmente identitaria da far considerare la questione carceraria un argomento "di nicchia", da far curare a un piccolo partito, come le vertenze degli animalisti o dei vegani. La gente ha paura di ammalarsi e vuole che gli ospedali funzionino: star male è un fatto naturale, che può capitare a tutti.

Di andare in galera invece nessuno sembra avere timore: anzi è entrato nel lessico familiare che non ci va più nessuno e comunque non è un posto per gente normale, semmai per delinquenti (e la gente assicura in continuazione sé stessa e gli altri di non esserlo), che sono esseri diversi dalle persone comuni, essendo notoriamente (nell'immaginario collettivo) extracomunitari, preferenzialmente zingari, di pelle scura e di religione islamica. Anche quando qualcuno finisce in carcere convince sé stesso e i parenti che è lì per un equivoco, un grossolano errore da rimediare in pochi giorni e perciò prega insistentemente l'avvocato di farlo uscire subito. Il carcere è un luogo che non esiste: non a caso gli Istituti di pena sono o su isole bellissime ma inaccessibili al di fuori della breve stagione turistica o in periferie nascoste delle città, come i cimiteri.

L'editto di Saint Cloud di Napoleone pose i sepolcri fuori dalla città dei viventi, un po' per imitare l'Antico Egitto e molto per distogliere il pensiero del popolo dalla morte e dai condizionamenti religiosi. Per le carceri, Foucault lo ha spiegato, qualche anno dopo è valso lo stesso principio, sorvegliare e punire ma in modo discreto, "da remoto", come si dice oggi. A Regina Coeli a un passo dal Tevere nel centro di Roma si è affiancata Rebibbia a pochi metri da una delle uscite Est del Raccordo Anulare, così come in tante città.

La scusa era costruire strutture moderne e funzionali, che spesso si sono rivelate più tristi e cadenti dei vecchi monasteri riadattati ma forse il motivo reale è far sentire alla gente che risponde ai sondaggi che il carcere non fa parte della sua vita e dei suoi problemi, che lì non va mai nessuno che conosce e che stima, ma solo estranei. Poi magari un politico influente finisce dietro le sbarre e parlando con amici si accorge di come sono ridotte le prigioni in Italia e rimpiange di non averci pensato prima; ma ormai il suo parere non conta niente e la notizia delle sue sofferenze viene diffusa solo per appagare il sentimento di vendetta e rancore delle masse verso la famigerata "casta". Intanto in carcere uomini e donne si ammalano e muoiono.

Ma il loro conteggio non interessa; non rientrano nei dati che fanno audience oggi, quelli dei contagiati dal Covid, dei "tamponati" (orrido neologismo che mi fa pensare sempre a un sinistro stradale) e del mitico indice RT che ha superato da tempo l'indice dello Spread, tanto in voga qualche stagione fa (e forse anche il prossimo anno). Dopo il telegiornale tutti a guardare un bel telefilm, tipo Dottor Kildare, con un medico affascinante e generoso. Teleromanzi sul carcere non ce ne sono, c'è solo silenzio.

 

*Avvocato cassazionista