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di Adriano Sansa*

Famiglia Cristiana, 19 giugno 2025

Ho frequentato a lungo il carcere come giudice per interrogare gli arrestati, uomini e, molto più raramente, donne. Gli ambienti erano assai diversi, la sezione femminile pareva una casa ordinata, priva di quell’odore di umori e sudori, di quel sentore di promiscuità forzata e sciatta quasi sempre presente tra gli uomini. Ammetto che il pensiero di dover stare anche un solo giorno in una cella mi inquietava. In pochi metri quadrati i letti a castello e qualche minimo arredo a disposizione dei detenuti: d’estate il caldo accresceva ogni disagio. In una cella passano la maggior parte della giornata le persone nei cui confronti lo Stato esercita la “legittima violenza” per garantire custodia e rieducazione.

I motivi della detenzione sono i più diversi, dagli omicidi alle rapine, a borseggi e scippi fino al grande numero di violazioni alle norme sugli stupefacenti. Nella maggior parte delle prigioni c’è sovraffollamento, termine cui ci siamo assuefatti, ma che significa compressione fisica dei corpi, accresciuta spinta alla violenza o alla disperazione; anche ai suicidi facciamo poco caso. In un contesto simile, che conosce alcune belle eccezioni, opera un personale affaticato, demotivato e insufficiente a garantire un pur minimo adempimento della prescrizione costituzionale.

Su questa situazione si disputa da decenni, senza che le cose cambino. Posto che il carcere è necessario per i crimini più gravi, occorre limitare la detenzione per i reati minori. Tuttavia il Governo aumenta di continuo i reati e le pene detentive. Ma bisogna pure che ci fermiamo a riflettere, se vogliamo restare umani. Il carcere va risanato e deve consentire una vita decente ai detenuti. Si devono introdurre ovunque il lavoro e un’assistenza che fermi la disperazione dei suicidi.

Occorre ridurre i tempi della carcerazione preventiva; l’accanimento sulla separazione delle carriere dei magistrati si accompagna invece alla trascuratezza dei veri problemi della giustizia. Ricordo bene la sensazione di sollievo che provavo quando, passata la prima e poi la seconda porta, mi ritrovavo all’aria aperta. Mi lasciavo alle spalle un’umanità dolente, privata delle esigenze fondamentali di vita, quali che fossero state le colpe di ciascuno. E un personale di custodia a sua volta privato della possibilità di dare lo statuto di persone a tutti i detenuti.

Poiché qui sta il cuore della questione, per la politica e per la cittadinanza: l’umanità. Quando un uomo di Governo gongola al pensiero che il furgone di detenuti li faccia soffrire, ne siamo fuori. Chi ammicca alla repressione e desidera “sbattere in galera” sfrutta i peggiori istinti dei peggiori tra i cittadini. Il carcere è legittimo esercizio del potere dello Stato solo se rispetta la persona. Altrimenti è una violenza tra le tante.

*Ex magistrato