di Margherita Sermonti
treccani.it, 27 gennaio 2025
Intervista alle autrici. Se ognuno di noi si interrogasse su che cosa conosce veramente del carcere, delle persone ristrette (come si dice di chi nel carcere è detenuto), della loro vita quotidiana, della loro identità, delle loro speranze, o si ponesse altri interrogativi, anche meno banali, troverebbe risposte certe? E dove? Spesso, molte delle informazioni sugli istituti penitenziari e su chi dimora in quei luoghi le apprendiamo dalla cronaca quotidiana, quando sono gli eventi “straordinari” come l’allarmante crescita dei suicidi o le rivolte a portare alla ribalta questo universo perlopiù ignoto. Poi le luci si spengono e si tende a dimenticare, per paura o indifferenza, questa parte della nostra società.
Recentemente è uscito un libro edito da Momo edizioni, Il carcere è un mondo di carta. Un abbecedario sul carcere”, un volume rivolto prevalentemente a preadolescenti e adolescenti, quindi a tutti noi. Le autrici, Valentina Calderone e Marica Fantauzzi (con le illustrazioni di Ginevra Vacalebre, la prefazione di Giusi Palomba e la postfazione di Luigi Manconi), hanno scelto delle parole per raccontare una storia “una delle tante possibili”, con un preciso intento: “soprattutto quello di lasciarvi un po’ di curiosità e di farvi sbirciare dentro un luogo sconosciuto, che noi vorremmo avesse le mura trasparenti”. Valentina Calderone, dopo essere stata per anni direttrice dell’associazione A Buon Diritto, dove opera anche Marica Fantauzzi, nel 2023 è stata eletta Garante per i diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale dall’Assemblea capitolina. Parliamo con le autrici del loro libro.
Innanzitutto, perché il carcere è un “mondo di carta”?
Con questo titolo volevamo provare a spiegare con un’immagine il complesso mondo che vive dentro e intorno agli istituti penitenziari. Un mondo in cui tutto ciò che avviene all’interno passa per una richiesta su un modulo, più comunemente conosciuto come “domandina”: parlare con il proprio avvocato, comprare un libro, fare la spesa, vedere l’educatrice, partecipare a un’attività. Provate a pensare a una qualunque cosa che abbiate voglia di fare nel corso della vostra giornata, per farla in carcere dovete fare richiesta, aspettare che questa venga firmata, autorizzata, e che torni da voi accolta o rifiutata. Questa carta si somma ai faldoni con i propri atti giudiziari, ai fogli delle cartelle cliniche, ai documenti dei familiari per fare telefonate e colloqui. La carta però si perde, fa tragitti spesso tortuosi nei vari uffici dei penitenziari e non è detto che torni sempre indietro con una risposta. Ecco che quindi la carta rappresenta questa serie infinita di passaggi, e di tutta la burocrazia che a questi gira intorno, per ottenere qualsiasi cosa. Ma d’altra parte, la carta è anche estremamente fragile, malleabile e modificabile, può essere accartocciata, distrutta, trasformata. Per questa ragione abbiamo deciso, insieme all’illustratrice del libro Ginevra Vacalebre, di ipotizzare una copertina che raffigurasse questa complessità: un aeroplanino di carta, come quelli con cui giocano le bambine e i bambini, che parte da qualcosa di apparentemente semplice (un foglio) ma che si trasforma in uno strumento immaginifico che può andare verso una destinazione ancora non identificata ma non per questo inesistente.
In altri termini, volevamo trovare il modo per rendere visivamente un concetto che per noi è fondamentale, e che speriamo di avere trasmesso con il nostro abbecedario: il carcere non è sempre esistito e non esisterà per sempre, possiamo trovare altri modi per sanzionare comportamenti illegali, o non conformi, e renderci conto che forse, dopo secoli in cui utilizziamo la privazione della libertà come strumento privilegiato di punizione, potremmo prendere seriamente in considerazione strade alternative. Questo è in parte l’intento del libro, ragionare insieme alle nuove generazioni su ipotesi diverse, più rispettose dei diritti ed estremamente più efficaci. Ci vuole uno sforzo di immaginazione, noi abbiamo provato a dare in questo modo il nostro piccolo contributo.
Senza giri di parole e, allo stesso tempo, con grande delicatezza vi rivolgete ai più giovani, affrontando situazioni e temi molto concreti e difficili. Dalla A alla Z, anzi, meglio detto, dalla A alla A (come si vedrà sfogliando il libro), con due V (di vittima e di vendetta): un cerchio di parole che si chiude con Alternativa, per raccontare il carcere agli adulti del futuro. Da dove nasce questa idea?
La volontà di dialogare con i più giovani è nata in questi anni grazie ai numerosi laboratori che abbiamo portato avanti soprattutto nelle scuole e, da questo scambio, ci è sorto un dubbio, in parte linguistico: come riuscire a veicolare la quotidianità della vita in carcere, i suoi limiti e le sue barriere, utilizzando un vocabolario diverso? Eravamo, siamo tuttora, abituate a parlare di questi temi con un pubblico adulto, addetto ai lavori e in qualche modo partecipe di un linguaggio che riproduce quegli stessi limiti. L’accesso all’alternativa, in un certo senso, passa anche dal modo in cui si pensa e si esprime quell’alternativa. Ecco allora che l’abbecedario ci è venuto in soccorso, con la sua semplicità e incisività ci ha obbligate a focalizzarci su alcuni temi, rendendoli accessibili e allo stesso tempo attraversabili da altri sguardi. È chiaro che la selezione di alcune parole ha impedito di restituire pienamente le molte sfaccettature presenti all’interno dei penitenziari, ma l’idea era proprio quella di creare un primo percorso che, toccando vari temi, aiutasse a entrare almeno un po’ in un mondo poco conosciuto o comunque poco aperto a essere reinterpretato.
Credo che una delle chiavi di lettura del libro si possa rintracciare nel capitolo dedicato alla U come Umanità: “Quando non abbiamo esperienza di qualcosa, perché non la conosciamo o la sentiamo troppo lontana da noi, ci capita di averne paura. Spesso però, se accorciamo le distanze e ci avviciniamo un po’, ci rendiamo conto che quella situazione, o quella persona, non è così spaventosa come ci era sembrata”. Consapevolezza e conoscenza sono un antidoto contro la paura?
Sempre più di frequente, nelle democrazie occidentali, conta molto più la percezione della sicurezza che non gli effettivi dati sui reati nella costruzione delle politiche pubbliche su questi temi. Con questo vogliamo dire che buona parte dei provvedimenti adottati e delle modifiche legislative avvengono cavalcando l’onda dell’emotività pubblica, spesso dopo fatti di cronaca particolarmente feroci ma che niente hanno a che vedere con la realtà concreta delle nostre vite. Episodi molto gravi certamente, ma che vengono presi come pretesto per inasprire le pene e introdurre nuove fattispecie di reato, mentre tutti i dati sulla criminalità ci dicono in maniera incontrovertibile che gli omicidi continuano a calare, come buona parte dei reati più violenti. Essere consapevoli che in carcere ci finiscono le persone povere, le persone con problemi di salute e di salute mentale, le persone straniere con reati di bassissima pericolosità sociale solo perché non hanno un permesso di soggiorno, ci aiuterebbe a rivolgere la nostra indignazione verso un sistema che strutturalmente riproduce diseguaglianze: tramite la malagestione della spesa pubblica, i tagli ai servizi sociali, alla sanità, all’istruzione, estromettendo in questo modo intere fasce della popolazione dalla possibilità di accesso a una vita degna e ricca di possibilità. Conoscere il carcere, conoscere chi ci è finito momentaneamente e chi ci lavora quotidianamente permette anche di considerare quell’istituzione totale come parte integrante delle nostre città. Una parte che potrebbe non esistere, ma che finché esiste ha diritto ad avere relazioni, rapporti e contaminazioni con il resto della società. E in questo senso sì, ci sentiamo di dire che la conoscenza dell’altro, di quanto sta oltre quel muro di cinta, permettendo un reciproco riconoscimento può ridimensionare quelle paure che - anche comprensibilmente - i cittadini provano accostandosi a questa realtà.
N come notte: in questo capitolo la sensazione del buio che attanaglia è molto forte. Possiamo pensare alla mancanza di luce come a una metafora del carcere?
Sicuramente è difficile associare in prima battuta il carcere alla luce, anche intesa come luminosità non solo visiva, ma nel senso di ricchezza e opportunità offerte e create. Inoltre, contribuisce a rafforzare la sensazione di mancanza di luce la scarsa trasparenza dell’istituzione, intesa proprio come accessibilità e permeabilità: il fatto che quanto accade all’interno di quelle mura sia precluso alla maggior parte della popolazione non aiuta a, appunto, “illuminarla”. Come ogni esperienza umana, però, è riduttivo rinchiudere il carcere in un’unica immagine monodimensionale, le sfumature presenti al suo interno possono essere sorprendentemente ricche e sono fatte di solidarietà tra le persone, competenza e dedizione in chi ci lavora, mondo esterno che cerca di scalfire quell’impenetrabilità portando dentro ascolto e progetti. Quando abbiamo scritto la parola Notte i suicidi in carcere non avevano ancora raggiunto quella cifra record a cui abbiamo assistito nel 2024 (90), ma sicuramente è stato il concetto tramite cui abbiamo provato a includere la parte di dolore più indicibile che risiede tra le persone recluse. È quando le luci si spengono, quando le attività si fermano e le persone fuori non entrano che l’angoscia può crescere sino a farsi insostenibile. È probabilmente stata tra le parole più difficili da restituire a delle ragazze e a dei ragazzi, ma non era possibile tacere quell’aspetto, anche in virtù della fiducia che riponiamo nella loro capacità di riflettere e comprendere.
Se dovessimo accettare la metafora del carcere come assenza di luce, sarebbe una forma di accettazione momentanea, destinata a mutare come quando entri in una stanza buia e a poco a poco distingui la finestra, le persiane, la luce che ostinatamente si fa spazio tra i fori. In questo caso, però, la conoscenza del buio vorremmo che implicasse non ambientamento o sterile accettazione, quanto piuttosto movimento, spinta, trasformazione.
L’idea di far continuare l’abbecedario alle lettrici e ai lettori attraverso un indirizzo email che avete aggiunto alla fine del libro (
Sì, l’idea di dedicare un indirizzo email a lettori e lettrici che abbiano voglia di mandarci contributi va proprio nel senso di considerare questo nostro libro come lo spunto da cui partire per un lavoro in cui crediamo molto e che intendiamo continuare a fare. Il potere immaginativo che può scaturire dal mettersi insieme e provare a ragionare con altri strumenti, in altre modalità, non va sottovalutato, soprattutto se l’orizzonte in cui ci si muove è quello della costruzione di percorsi abolizionisti. Ci piacerebbe quindi scrivere altre storie, magari partendo dai contributi che in questi mesi ci sono arrivati. Per quanto riguarda pensare di scrivere un abbecedario con le persone ristrette, per ora sappiamo che il libro è circolato in alcuni istituti, ci hanno scritto e abbiamo ricevuto lettere di apprezzamento e ringraziamento. Essere visti è la cosa che spesso manca a chi si trova in privazione delle libertà. Speriamo con questo libro di avere dato un piccolo contributo a diminuire la sensazione di invisibilità che colpisce molte di queste persone. Il confronto continuo che il libro ci ha permesso di avere, sia con chi è ristretto sia con chi non ha mai avuto esperienza del carcere, ci porta a credere che le storie da raccontare siano ancora molte e in larga parte inesplorate.
Quali sono le due parole (e il loro significato) di questo abbecedario che vorreste che nessuno dimenticasse mai?
Una delle parole che non vorremmo venissero dimenticate è sicuramente famiglia. Durante le presentazioni fatte in giro per l’Italia negli scorsi mesi, spesso abbiamo proposto un gioco alle persone del pubblico chiedendo loro di dirci le parole che associano al carcere, prima di rivelare le nostre. Famiglia è una di quelle che viene detta meno spesso, e invece noi crediamo sia fondamentale renderci conto che la detenzione di una persona non influisce solo sulla sua vita, ma anche sulla sua rete di relazioni e affetti. A volte in alcuni nuclei, in alcuni contesti sociali o territoriali, i comportamenti criminali, e quindi la detenzione, si tramandano di generazione in generazione come fossero parte del patrimonio genetico. Sapere questo ci aiuta a guardare a quei contesti in modo diverso e a capire che solo intervenendo nella redistribuzione delle risorse, nella costruzione di reti di supporto e nella fortificazione delle comunità possiamo contribuire alla sicurezza collettiva. Una sicurezza che possa davvero includere tutte e tutti, e che non sia solo una parola vuota, pronunciata ossessivamente, per convincerci che la repressione sia l’unica strada percorribile.
Un’altra parola è povertà. Non c’entra propriamente con il carcere, eppure c’entra sempre di più. Racchiude una condizione a volte momentanea, altre volte costante, tanto nella vita delle persone libere, quanto di quelle recluse. È un abito nel quale si sta stretti, che spesso è stato cucito per noi prima che potessimo anche solo imparare a vestirci. È tra i termini più utilizzati per descrivere chi non ha le stesse possibilità degli altri, chi potrebbe arrivare ovunque ma non può mai, chi sembra destinato a inciampare continuamente quando vorrebbe solo proseguire il cammino. E se nella società libera questa parola sembra una maledizione che a fatica ci si scrolla di dosso, è in carcere che assume il peso di una condanna che appare definitiva, dove chi ha meno sconta di più e in condizioni peggiori, dove la povertà materiale si intreccia a quella immateriale e le giornate sembrano identiche e quindi immobili.
Ruth Wilson Gilmore, geografa abolizionista afroamericana, spiega bene perché la povertà, intesa come diseguaglianza, è un elemento dal quale iniziare a ragionare per l’alternativa alla reclusione. In un’intervista, rispondendo a coloro i quali sostengono che le riforme carcerarie, sommate alla costruzione di nuove strutture, garantirebbero migliori condizioni per l’intera società statunitense scrive: “gli abolizionisti sanno che va affrontata l’ineguaglianza strutturale delle città che porta molte persone a finire nelle carceri e nei penitenziari, ovvero sanno che va affrontato “l’abbandono organizzato” delle comunità vulnerabili”. Ruth Wilson Gilmore conclude dicendo: “Il carcere non è solo una risposta a una “cosa libera chiamata crimine”, ma è una risposta a una popolazione “in eccesso”. Il che significa che le carceri sono progettate per assorbire le persone che sono state abbandonate dallo Stato”. Anche da queste riflessioni, al di qua dell’oceano, sarebbe importante ripartire.










