di Elton Kalica
Ristretti Orizzonti, 12 marzo 2020
Le strade vuote e le serrande abbassate ci hanno abituato ormai ad una quotidianità collettivamente accettata di divieti che trovano legittimità nella serietà della minaccia e nell'istinto di autoconservazione. La tentazione di uscire di casa è grande e le istituzioni continuano ad utilizzare i media per invitarci a stare in casa e minacciare i disubbidienti.
A osservare questa realtà dall'interno di una cella, magari sovraffollata, credo sia naturale essere assaliti dalla paura di essere contagiati. Il carcere è vissuto da tutti (detenuti e operatori) come un luogo ostile. Ma soprattutto ha tutte le caratteristiche di quelle circostanze che siamo invitati ad evitare: vi è una promiscuità maggiore di un qualsiasi trasporto urbano negli orari di punta, in spazi minori rispetto a qualsiasi bar del centro.
Proprio in forza di queste circostanze a rischio contagio, chi vive e lavora in carcere ha cominciato da subito a manifestare una comprensibile paura. Soprattutto gli agenti che devono perquisire i detenuti che entrano ed escono dalla sezione, e poi devono scrutare attraverso gli spioncini delle celle respirando la stessa aria dei detenuti.
L'amministrazione penitenziaria doveva dare un segnale di attenzione e preoccupazione a chi lavora a stretto contatto con i reclusi, quindi, ritenendo che il pericolo dentro arriva dai familiari e dai volontari, prima sospende ogni attività scolastica, culturale, sportiva e ricreativa e poi i colloqui con i famigliari. In alcune carceri si interrompono le uscite dei detenuti con i permessi e dei detenuti ammessi al lavoro esterno.
La serietà della minaccia sanitaria ha portato i detenuti ad accettare i divieti in un primo momento. Erano convinti che l'emergenza sarebbe durata poco. Ma poi capiscono che non è così. Chi aspettava i volontari per avere dei contatti umani, ma anche per avere qualche risorsa per telefonare, si sente privo di tutto. Si guardano alla tivù i notiziari con lo stesso coinvolgimento delle persone libere: ogni starnuto di un compagno vicino viene visto con sospetto e nessuno vuole avere in cella un nuovo arrivato.
Fino al sette marzo, quando i sessantun mila detenuti e i trentatremila agenti guardano la notizia che parla di un giovane agente, in servizio al carcere di Vicenza, finito in coma farmacologica a causa del coronavirus. Da quel momento in poi il carcere entra in un clima di paura e di rabbia. La domanda che tutti si pongono è la stessa: se non fosse finito in coma, si sarebbe saputo dell'agente malato? Quanti ce ne sono ancora di agenti contagiati? E quanti detenuti? Possibile che non si sia ancora infettato nessuno? Oppure si tiene tutto nascosto? Di una cosa i detenuti però sono sicuri: tenere fuori i famigliari e i volontari è stata una misura poco utile.
La notte che anticipa l'otto marzo scorre lenta e cova una miscela di rabbia e paura condivisa tra agenti e detenuti. Sono troppi gli agenti che entrano ed escono tutti i giorni da quelle mura dove è impossibile evitare il contatto tra di loro e tra loro e i detenuti. Insieme guardano il tempo scorrere inesorabile aspettando un altro giorno di una convivenza ineluttabile sigillata da quell'ordine sociale che li ha portati dentro quelle mura, una parte in punizione e l'altra per lavorare.
La mattina dell'otto marzo è iniziata con la battitura delle inferriate in molte carceri e ha proseguito con rivolte in cui alcuni detenuti hanno tentato di prendere il controllo di alcune carceri bruciando e devastando tutto per renderle un posto inagibile.
Quell'otto marzo le proteste ci hanno offerto le immagini di detenuti saliti sui tetti, del fumo che esce dalle sbarre delle celle e di detenuti in fuga. Ormai sono quattro giorni che in tutte le carceri, con più o meno coinvolgimento, molti detenuti protestano. Chiedono un provvedimento d'indulto per ridurre le pene a tutti o perlomeno un'amnistia perché possano uscire almeno quelli accusati di reati che prevedono pene minime. Chiedono l'applicazione degli arresti domiciliari per chi è in attesa di giudizio e ha una casa, o l'affidamento alle comunità di recupero per chi è tossicodipendente. Richieste che trovano comprensione soltanto da parte di chi conosce da vicino la realtà del carcere. Le associazioni degli avvocati, dei giuristi, degli accademici fanno appello al governo chiedendo di considerare la necessità di una riduzione della popolazione detenuta in carcere utilizzando altre forme di espiazione pena. Ma fuori, nella società, la situazione è un'altra: parlano solo di devastazioni, di fughe, di morti per overdose e di criminalità organizzata che tirerebbe le fila a livello nazionale di una protesta che rivendica provvedimenti, di cui non potrebbe neppure beneficiare.
L'infrazione più grave che si può fare all'interno di un carcere è il mancato rientro in cella. Un tale comportamento, se messo in atto da un individuo, produce un protocollo d'intervento che giustifica l'utilizzo di ogni mezzo coercitivo utile a riportare il detenuto nella propria cella. Quando il mancato rientro vede protagonisti più detenuti si coinvolgono le varie forze dell'ordine per circondare il carcere e per aiutare la polizia penitenziaria a riportare i detenuti in cella. A quel punto iniziano le trattative perché i detenuti rientrino spontaneamente in cella. Quando questo non funziona si interviene con la forza.
Per capire cos'è successo realmente dobbiamo aspettare che dalle macerie di questi giorni si cominci a riflettere su quello che questa tragedia ci può insegnare e che i detenuti comincino a scrivere e a raccontare. Per ora possiamo prendere atto che, in una dinamica di ristrettezze e promiscuità, il carcere rimane un ambiente insalubre, dove agenti e detenuti hanno un'altissima probabilità di essere contagiati.
Di sicuro, il divieto di disporre di quel minimo di conforto offerto dal colloquio con i famigliari o dalla presenza di insegnanti e volontari è apparso poco efficace quando si è capito che il vero pericolo è quello di essere contagiati dalle persone recentemente arrestate e dal numeroso personale di custodia che ogni sei ore si dà il cambio nei vari reparti del carcere. Io credo che chiunque fosse oggi in carcere e avesse ancora pochi anni da scontare, farebbe di tutto per andare via da lì e scontare chiuso in casa il resto della pena. Prima che in carcere scoppi ormai l'inevitabile pandemia.










