di Giovanni Bogani
La Nazione, 13 giugno 2026
Intervista allo scrittore Marco Vichi, che ha curato il libro “Luce. Storie dal carcere”: “Abbiamo raccolto alcune lettere scritte da detenuti nel corso degli anni, e le abbiamo trasformate in racconti”. Nel carcere gli orologi sono fermi. Non perché siano rotti. Perché il tempo, lì dentro, sembra non esistere. Marco Vichi se lo sentì rispondere durante una delle sue prime visite in un istituto di pena. Ed è anche quella immagine a raccontare il senso profondo di “Luce. Storie dal carcere”. È un libro che racconta, con gli strumenti della letteratura, la verità del carcere oggi. Nasce da storie vere di detenuti, rielaborate da alcuni scrittori fiorentini.
Edito da Mauro Pagliai editore, “Luce” è un piccolo libro. Ottanta pagine appena. Ma sufficienti a raccontare un mondo che la maggior parte di noi non vede mai. Ottanta pagine inserite nella collana “Libro verità”, nata nel 1996 con “Il libro di Alice”, la storia di Alice Sturiale, che ha commosso e appassionato migliaia di lettori. Firmano “Luce” cinque scrittori fiorentini: Valerio Aiolli, Enzo Fileno Carabba, Leonardo Gori, Emiliano Gucci e Marco Vichi. Quest’ultimo è anche il curatore dell’opera, colui che ne ha tenuto insieme i fili. E che ha fatto nascere il progetto.
Da anni Marco Vichi entra nelle carceri italiane con laboratori e progetti teatrali. E quelle esperienze non lo hanno mai abbandonato, mentre raggiungeva il successo con i romanzi polizieschi del suo commissario Bordelli. Lo abbiamo raggiunto al telefono.
Marco Vichi, come è nato il libro?
“È un libro che abbiamo realizzato, in maniera del tutto gratuita, per il Centro italiano di solidarietà, la fondazione Ceis di Lucca. È un’associazione che presta assistenza ai dimenticati della nostra società: ex detenuti, tossicodipendenti, situazioni critiche. Che, in quasi tutti i casi, passano dal carcere”.
Come avete lavorato per costruire un libro sul carcere?
“Abbiamo raccolto alcune lettere scritte da detenuti nel corso degli anni, e le abbiamo trasformate in racconti. Ho pensato a un personaggio che facesse da cornice a queste storie: una poliziotta carceraria che non si vuole rassegnare all’idea del carcere come ‘deposito’ di vite perdute. E che entra, con tutto l’entusiasmo possibile, in questo luogo che l’entusiasmo lo ha perduto”.
Che cosa accade, in concreto?
“Alla poliziotta carceraria viene in mente Boccaccio”.
Una sorta di “Decameron” carcerario…
“Proprio così. L’agente penitenziaria riunisce detenuti maschi e femmine in una stanza del carcere. E chiede loro di raccontare delle storie”.
Storie vere che diventano letteratura...
“Nate da un’esigenza reale: ridare un po’ di luce in un luogo dove il tempo non esiste”.
Come vi siete divisi il lavoro, con i colleghi scrittori?
“A ognuno ho chiesto di scrivere in prima persona uno dei racconti dei detenuti. Io ho lavorato sul personaggio di Camilla, la guardia carceraria, che mi ha permesso di scrivere tutto quello che ho pensato del carcere e che non avevo mai scritto”.
È già uscito il libro?
“Sì, è uscito negli scorsi giorni. Ci sarà sicuramente una presentazione a Lucca, e il 4 ottobre, al Pisa Book Festival di cui sarò ospite, ne parlerò a lungo”.
Lei ha lavorato a lungo nelle carceri, con spettacoli che vedono i detenuti come attori. Che cosa ha percepito?
“Che il carcere è una specie di ripostiglio della società: c’è una società che crea dei rifiuti, e poi li nasconde in una cantina, separati dal mondo ‘normale’. Vuole sapere la cosa che mi ha colpito di più, in una delle prime visite a un carcere? Gli orologi. Erano tutti fermi. Uno, due, tre, cinque orologi fermi. Chiesi perché: ‘Tanto qui il tempo non esiste’, mi venne risposto”. L’immagine degli orologi fermi resta sospesa per qualche secondo al telefono. Come se quel tempo immobile continuasse a battere anche fuori dalle mura del carcere.










