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di Barbara Poggio*

Corriere del Trentino, 26 maggio 2026

Ventisei bambini in carcere insieme alle loro madri. Un anno prima erano undici. Nel mezzo, un decreto sicurezza che ha trasformato da obbligatorio a facoltativo il rinvio della pena per le donne incinte o con figli sotto l’anno di età. Ventisei bambini che non hanno alcuna colpa, ma iniziano la loro vita dentro un carcere. Il titolo scelto da Antigone per il suo XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia è “Tutto chiuso”. Chiuso alle persone, al mondo esterno, alle domande scomode. Secondo il rapporto, nelle carceri italiane sono oggi detenute 64.436 persone, a fronte di 46.318 posti realmente disponibili: un tasso di sovraffollamento del 139,1%. Settantatré istituti superano il 150%, otto arrivano oltre il 200%.

Mentre i reati calano, aumentano le pene: dall’inizio di questa legislatura oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti, 65 aumenti di pena. Il carcere non risponde a un’emergenza criminale. Risponde a una scelta: usare la pena come principale linguaggio della sicurezza, chiudere invece di interrogare le cause sociali della violenza e della marginalità. Una scelta che ricade su persone, storie e bisogni diversi. In un sistema quasi interamente maschile, le donne sono appena il 4,4% della popolazione detenuta, circa 2.800 persone, essere una minoranza significa spesso abitare spazi residuali.

Dopo la chiusura del carcere di Pozzuoli restano oggi solo tre istituti interamente femminili. Le altre donne sono collocate in sezioni interne a carceri maschili, con minori opportunità di attività e relazioni con l’esterno. Ed è lì che vivono quei ventisei bambini: presenze non previste da un sistema pensato intorno ad altri corpi, altri bisogni, altre storie. Questi dati sollevano anche un’altra domanda. Se quasi tutte le persone recluse sono uomini, dovremmo chiederci quali idee di maschilità accompagnino le traiettorie che conducono alla detenzione: l’idea che la forza coincida con il dominio, che il rischio sia una prova di valore, che la vulnerabilità vada negata, che il controllo sugli altri sia una forma di potere. Non è una questione di biologia, ma di modelli sociali, educativi, relazionali che raramente entrano nel dibattito su sicurezza e prevenzione.

Se quelle traiettorie si costruiscono anche prima del reato, una pena ridotta a chiusura e mortificazione arriva troppo tardi e fa troppo poco: contiene, ma non costruisce sicurezza né possibilità di cambiamento. Secondo l’articolo 27 della Costituzione, le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione. Un carcere ridotto a contenimento non rieduca nessuno: non gli uomini che ci sono dentro, né le poche donne. E certamente non è il luogo in cui ventisei bambini dovrebbero iniziare la propria vita.

*Prorettrice alle politiche di equità e diversità Università di Trento