di Barbara Rosina
huffingtonpost.it, 12 novembre 2024
Mi piacerebbe che dovunque ci fossero luoghi e competenze di aggregazione e di ascolto. Assistenti sociali, psicologi, psichiatri, infermieri, educatori, volontari, medici, persone che semplicemente abitano nel quartiere. Luoghi e competenze gratuiti, senza etichette religiose o d’altro tipo. Useremo vecchi e nuovi media per dire che li abbiamo lasciati soli, che non li abbiamo educati bene, che non ci siamo accorti che erano disperati o violenti, che piangevano o che avevano una pistola, che non abbiamo saputo nulla dagli amici o dalla scuola, che i servizi non ci hanno aiutato. Ma intanto ragazze e ragazzi muoiono o uccidono, intanto ragazze e ragazzi colpiscono o vengono colpite e colpiti con parole o con pugni, intanto giovani donne subiscono violenza da giovani uomini. Napoli, Piacenza, Foligno.
Sento legali incaricati dai loro clienti e non solo loro e non soltanto avvocati, per esempio altre persone vicine alle famiglie delle vittime, a invocare l’abbassamento della punibilità di chi commette reato. Sento genitori accusare, sento politici proporre ricette che non hanno saputo applicare o che, applicate, non hanno prodotto risultati. E dico, noi assistenti sociali, in tutto questo vociare cosa diciamo, soprattutto, cosa facciamo? Diciamo, poco, in verità perché il segreto professionale e il nostro codice deontologico non ci permettono di parlare dei casi specifici. Quello che facciamo, tanto, in verità, ma spesso distorto ad arte o incompreso: ascoltiamo, relazioniamo, attiviamo sistemi e luoghi di protezione.
Ripeto - quando mi viene chiesto - che, se attivati, ci muoviamo seguendo i protocolli e la legge. Ma, mentre lo ripeto, sapendo che è giusto così, già so che sembrerà una risposta burocratica e che non accenderà un lume di speranza sul futuro di questi giovani, vittime o autori di reato che siano.
Eppure, forse, dico forse, se ci fosse un’informazione diversa - istituzionale prima; se si sapesse che esistono - e soprattutto se esistessero davvero - luoghi e competenze capaci di aiutare, potrebbe andare meglio. Mi piacerebbe che dovunque e, in maggior misura dove il degrado insiste, ci fossero luoghi e competenze di aggregazione e di ascolto. Assistenti sociali, sì, ma non solo: psicologi, psichiatri, infermieri, educatori, volontari, medici, persone che semplicemente abitano nel quartiere. Luoghi e competenze gratuiti, senza etichette religiose o d’altro tipo. In alcuni quartieri, le parrocchie, diciamolo, sono gli unici posti con sale o spazi disponibili all’aperto o al chiuso.
Una società che non pensa alle nuove generazioni, che non le comprende, che non chiede loro cosa pensano e di cosa hanno bisogno, che le giudica o le piange, non ha futuro. Bonus o restrizioni della libertà - non sono una buonista, ma il carcere non può essere l’unica soluzione - sono palliativi comodi. In attesa della nuova tragedia da commentare.











