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di Carla Chiappini*

Ristretti Orizzonti, 20 febbraio 2023

“Il sogno di ogni scrittore è cambiare le persone e questo è un sogno spesso irrealizzabile.

L’avanguardia lavora sovvertendo grammatica e sintassi.

Ma l’unica cosa che muove il mondo e le persone, in realtà, è la chiarezza.”

Edmond Jabès

-          Scusi signora, ma il carcere rieduca? -

-          No, perché non ha le risorse, non ne ha le competenze perché ha pochi educatori e di questi, pochissimi con lauree adeguate. Per essere più chiara, i nuovi funzionari giuridici pedagogici in genere hanno un’eccellente formazione giuridica e una scarsa formazione pedagogica. Infine è molto difficile pensare di formare o rieducare una persona in cattività.

Siamo in una scuola media con un gruppo di ragazzini molto svegli e molto interessati alla questione carcere. A ogni domanda mi impongo di rispondere in modo equilibrato ma con chiarezza e onestà.

Il carcere non può rieducare perché (in genere) non ha le professionalità spendibili e, comunque, anche quando ha educatori formati e motivati, li congestiona di carte e pratiche forse necessarie per far andare avanti il marchingegno.

Non si può, dunque, addebitare soltanto al singolo istituto e alla singola direzione una carenza che supera ampiamente anche la buona volontà.

Il Ministero della Pubblica Istruzione sostiene percorsi di apprendimento con le scuole di ogni grado e le università ma sappiamo molto bene che queste attività coinvolgono una percentuale esigua di persone recluse. Tuttavia sono e restano molto importanti.

Poi c’è la società esterna e il Terzo Settore che offre un po’ di tutto: corsi di teatro, di scrittura, di lettura, di giornalismo, di musica, di sport e ora anche piccoli interventi spot sulla giustizia riparativa. Oltre alle varie professioni religiose che si occupano della vita spirituale.

Tutti questi progetti sono spesso in concorrenza tra di loro e, in genere, coinvolgono sempre gli stessi gruppi di persone recluse. Per cui c’è chi è oberato di “attività trattamentali” e chi (parecchi purtroppo) sta in cella a stordirsi di televisione e psicofarmaci. In genere l’istituto dice di sì a qualsiasi proposta che non implichi un costo per cui si trova davvero di tutto; professionisti seri e competenti che creano isole di eccellenza a tutti noi ben note e poi un mare magno di improvvisazioni di ogni genere.

Tanto, come si dice da queste parti, “piuttosto di niente”.

Ecco io credo che, in questo ambito che attiene sostanzialmente all’organizzazione, si potrebbe davvero lavorare molto meglio, selezionando le proposte e i proponenti perché non tutto ciò che è gratuito è anche utile e cercando di studiare una offerta formativa coerente e adeguata a ogni istituto e alla popolazione reclusa e magari anche un po’ ritagliata sulle singole persone.

Oltre ad adottare quella chiarezza di linguaggio che è o dovrebbe essere il prerequisito di qualsiasi relazione adulta. Per semplificare, cercando di non banalizzare, non ritengo che sia stato molto significativo lo sforzo per cambiare il linguaggio penitenziario che di fatto non ha minimamente impattato sulla quotidianità del carcere, ma penso che sia davvero necessario condividere la scelta di parole chiare - “sì al sì e no al no” - e di regole trasparenti.

La vera infantilizzazione a mio avviso si gioca proprio su questo punto preciso; nell’ambito di un troppo ampio spazio concesso alla discrezionalità e nella diffusa incapacità di stabilire relazione limpide e adulte. Una incapacità che spesso contamina anche i volontari e gli operatori esterni. E a volte persino le università impegnate nella preziosa attività dei poli penitenziari. Ritengo, infatti, che sia un atteggiamento adulto, responsabile e rispettoso quello di assegnare voti corretti alle prove d’esame, di avere il coraggio di premiare il merito ma anche di segnalare le lacune.

Ma so bene che questa posizione non è molto popolare né condivisa. Mi piacerebbe solo che sulla rieducazione si uscisse dalla dicotomia del “povero detenuto” o del “detenuto irrecuperabile” e si potesse discutere in modo più ampio, più serio e approfondito. Sì, mi piacerebbe davvero molto.

*Coordinatrice della redazione di Ristretti Orizzonti a Parma