di Guido Stampanoni Bassi*
Avvenire, 30 dicembre 2023
I recenti suicidi in cella e la grande lezione del Pontefice: puntare al reinserimento dei condannati. Poche settimane fa, durante il secondo atto della prima della Scala “diffusa” nella casa circondariale di San Vittore a Milano, un detenuto si è impiccato ed è poi morto nella notte. Più o meno nelle stesse ore, un altro detenuto si è impiccato nella casa circondariale di Verona Montorio (ed era il terzo, in quel carcere, nell’ultimo mese).
Sebbene il tragico problema dei suicidi in carcere si sia accentuato negli ultimi anni - sono stati addirittura 84 nel 2022 e 68 nel 2023 (numero che non si toccava dal 2001) con un’età media di appena 40 anni - si tratta di un fenomeno che affligge la nostra società ormai da decenni e sul quale, come ha recentemente ricordato Patrizio Gonnella (Presidente di Antigone), è giunto il momento che le buone intenzioni si trasformino in atti concreti.
Altrimenti, come scriveva De André in Don Raffaè, continueremo ad assistere aduno Stato che, all’ennesima ingiustizia sulle prime pagine dei giornali, “si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”. Per comprendere la portata del problema, credo sia molto utile rileggere le parole pronunciate da Papa Francesco in occasione di due discorsi tenuti, nel 2014 e nel 2019, a favore dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale. Nel primo intervento, il Pontefice avvertiva i penalisti sui pericoli del “populismo penale” e ricordava quanto si sia diffusa, negli ultimi decenni, la convinzione che attraverso la pena si possano risolvere i più disparati problemi sociali - “come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandatala medesima medicina” - sulla base della credenza di poter così ottenere, quasi si usasse una bacchetta magica, “quei benefici che richiederebbero l’implementazione di un altro tipo di politica sociale, economica e di inclusione sociale”.
Tra i danni causati da questa grave forma di populismo, il Pontefice annoverava anche lo snaturamento del sistema penale (con il rischio di mettere in discussione anche la proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala di valori tutelati dallo Stato), l’allontanamento dal principio secondo cui il diritto penale dovrebbe essere invocato come extrema ratio e, non ultimo, l’affievolimento del dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative.
La missione dei giuristi - ricordava Papa Francesco - deve essere quella di limitare o contenere tali tendenze, compito non facile se si considera che “molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione di mezzi di comunicazione di massa, politici senza scrupoli e pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società”.
Se a questo compito sono chiamati in primo luogo i giuristi, tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà dovrebbero impegnarsi al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà (impegno che il Pontefice ricollegava anche alla pena dell’ergastolo, definita una “pena di morte nascosta” e, per questo, non più presente nel codice penale del Vaticano). Quanto alle condizioni dei detenuti e al tema della carcerazione preventiva, da un lato, si poneva l’attenzione sulle deplorevoli condizioni detentive (le quali “costituiscono spesso un autentico tratto inumano e degradante”) e, dall’altro, si osservava come il trattamento riservato a determinati detenuti - caratterizzato da mancanza di stimoli sensorial1 impossibilità di comunicazione e mancanza di contatti con altri esseri umani - “finisca col provocare sofferenze psichiche e fisiche come la paranoia, l’ansietà, la depressione e la perdita di peso che incrementano sensibilmente la tendenza al suicidio”.
Cinque anni dopo, il Pontefice ribadiva alcuni di questi concetti e si soffermava anche sul tema della giustizia riparativa (di cui tanto si sta parlando in queste settimane, non sempre in termini corretti). Partendo dal presupposto che in ogni delitto c’è una parte lesa ma due sono i legami danneggiati - quello del responsabile del fatto con la sua vittima e quello dello stesso con la società - Papa Francesco ricordava come il compimento di un male non debba mai giustificare l’imposizione di un altro male come risposta, dovendosi perseguire l’obiettivo di “fare giustizia” e non quello di “giustiziare” l’aggressore.
Nella visione cristiana del mondo, il modello della giustizia dovrebbe ispirarsi - ricordava il Pontefice - proprio alla vita di Gesù che, dopo essere stato trattato con disprezzo e violenza, ha portato un messaggio di pace, perdono e riconciliazione. Allo stesso modo, osservava Papa Francesco riprendendo le parole della professoressa Severino, le carceri devono avere sempre una “finestra” (un orizzonte) e devono guardare ad un reinserimento del detenuto. Nonostante gli anni passati, i numeri del 2023 ci confermano come l’odierna società sia caratterizzata dalle stesse identiche caratteristiche individuate dal Pontefice nei suoi interventi: il sistema penale è fuori controllo e, in spregio alla sua natura di extrema ratio, si continua a proporre una versione quasi esclusivamente “carcerocentrica” (“facciamoli marche in galera e buttiamo via la chiave”).
Inoltre, un determinato modo di fare (e di “comunicare” la) politica finisce inevitabilmente con l’alimentare sensazione di insicurezza e voglia di vendetta - più che di giustizia - come risulta dimostrato dal fatto che più del 40% degli italiani sarebbe favorevole alla pena di morte per determinati delitti. Oltre tante belle parole, non sembra si stia intervenendo concretamente per risolvere il problema. Basti pensare che, in questa legislatura, al di là dei nuovi reati e dell’innalzamento del trattamento sanzionatorio di quelli già esistenti, è stata presentata una proposta di legge che, modificando Part 27 della Costituzione, punta a consentire al giudice l’applicazione, per esigenze di difesa sociale, di “pene esemplari sito di proporzionalità della pena) e, recentemente, si è pensato di criminalizzare la “resistenza passiva” adottata in carcere come forma di protesta. l’allineamento delle condizioni detentive a standard conformi al senso di umanità passa, oltre che dalla riduzione del cronico sovraffollamento, dal riconoscimento di diritti (proprio in questi giorni si discute di quello alla affettività) e maggiori possibilità di interazioni (telefonate, permessi premio, colloqui...) nel rispetto, naturalmente, di tutte le opportune valutazioni in punto di sicurezza.
Ne ha ricordato l’importanza la Corte Costituzionale in una sentenza del 2018, osservando come “anche chi si trova ristretto deve conservare la possibilità di accedere a piccoli gesti di normalità quotidiana, tanto più preziosi in quanto costituenti gli ultimi residui in cui può espandersi la sua libertà individuale”. In questo contesto, le parole di Papa Francesco risuonano quanto mai attuali e dovrebbero fungere da monito -per giuristi e non - per la diffusione di una cultura che, rifuggendo dal ricorso al carcere quale unica soluzione, tenga ben saldi i principi scolpiti nella nostra Costituzione, tra i quali, in particolare, quello secondo cui le pene non devono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.
*Avvocato e direttore della rivista “Giurisprudenza Penale”










