di Piero Colaprico
La Repubblica, 11 giugno 2025
Papa Francesco fino alla vigilia della sua morte ha speso parole di umanità e saggezza per i carcerati. Ma quanti decenni ancora dovremo aspettare affinché si metta mano a una situazione che appare oggi non più rimandabile? In Italia c’è una brigata che non tramonta mai, è quella dei politici che vanno in galera. Ma al di là di questa constatazione (molto poco allegra) su quanto siano specchiati o non specchiati i nostri amministratori pubblici, a volte il carcere li aiuta a comprendere una realtà che forse, stando tra i velluti del palazzo, hanno scordato. Com’è successo all’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Dalla cella di Rebibbia ha mandato una lettera a Carlo Nordio, Ministro della giustizia del Governo Meloni: “Le stiamo scrivendo perché vogliamo - a firmare sono il politico e lo scrivano del reparto G8 - sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica sull’attuale situazione carceraria, che a noi, e non solo a noi, appare insostenibile e contraria ai dettati costituzionali”.
E quindi, “le vogliamo indicare quelle che secondo noi sono le priorità per far fronte al sovraffollamento degli istituti di pena e, in particolare, alla situazione tragica delle morti, dei suicidi, dell’assistenza sanitaria inadeguata, di tutti gli ultrasettantenni in carcere, dell’affettività negata, della mancata scindibilità dei cumuli e dell’accesso limitato al lavoro in aziende private attraverso l’art. 21 dell’ordinamento penitenziario e del principio di progressività trattamentale”.
Scusate se con la missiva di Alemanno ci fermiamo qui e di Nordio ne facciamo a meno. Vorremmo ricordare sia ad Alemanno, sia a Nordio, sia ai vari parlamentari una circostanza che non farebbero fatica a trovare negli archivi, alcuni persino nella loro memoria.
Nel 1992 cambiò con l’inchiesta Tangentopoli la storia politica del Paese: vennero arrestati, almeno qui a Milano, rappresentanti di tutti (tutti) i partiti, per varie corruzioni. All’uscita s’imbattevano nei cronisti in cerca di notizie, emozioni, impressioni. E moltissimi ex detenuti eccellenti, dopo aver riempito le pagine con verbali che hanno messo a tappeto la Prima Repubblica, dal segretario del partito all’alto funzionario, tutti, proprio tutti, ci ripetevano: “Nel carcere abbiamo trovato persone magnifiche, ma va cambiato, non è degno di un Paese civile”.
Dunque, 1992, 2002, 2012, 2022: quanti decenni ci sono voluti perché nel mondo del carcere tutto restasse immobile? Le parole di Alemanno, per quanto condivisibili da parte di chi conosce la Costituzione, non sono inedite. Però noi abbiamo avuto Papa Francesco che, sino alla vigilia della sua morte, ha speso parole di umanità e saggezza per i carcerati. E abbiamo un Parlamento che non riesce ad affrontare il tema.
Tempo perso - Così, mentre si parla a vanvera nei talk show, e si scrivono sui giornali colonne piene di banalità buoniste o cattiviste, ecco il richiamo potente che ci arriva dalla cronaca. Ci viene raccontata la storia nera di Emanuele De Maria: aveva ucciso una giovane prostituta, dal Sud è stato trasferito nel carcere di Bollate, per scontare la sua pena, ma domenica 11 maggio si è lanciato dalle terrazze del Duomo di Milano, morendo tra la folla in una giornata di festa. Era stato ammesso al lavoro esterno al carcere. Ma non era cambiato molto. Ha ucciso una collega di lavoro e ferito gravemente un altro collega. E dove gli era stato permesso di lavorare? In un albergo. Sulla carta, è tutto regolare: via libera da parte dell’area educativa del carcere di Bollate e via libera dalla magistratura di sorveglianza. Ma - insistiamo - qual è stato il percorso di riabilitazione per un uomo che ha ucciso una donna e ne ucciderà un’altra? Chi ha avuto l’idea di metterlo in un luogo come un hotel, dove passa tanta gente?
Il tema non sarebbe soltanto indagare su una tragedia come questa, ma anche stabilire un concetto: più il carcere viene abbandonato a se stesso, più diventa inutile stupirsi. Invece, dilaga la finzione. Il forcaiolo di qua, il garantista di là. Ma è tempo perso. È pestare acqua nello stesso mortaio. E noi non abbiamo più parole da dire, nemmeno ad Alemanno.











