di Abha Valentina Lo Surdo
huffingtonpost.it, 14 settembre 2026
Con Paul Dall’Acqua a parlare di Seuil e del progetto sbarcato in Italia sotto il nome di Lunghi Cammini. Una storia che arriva anche nei cinema italiani, “Santiago - Un cammino per ricominciare”, con la regia di Yann Samuell. Camminano a cinque o sei metri l’uno dall’altro, un adulto e un ragazzo. Non proprio affiancati, perché stare fianco a fianco è già un’altra cosa. Ciascuno immerso nella propria bolla di pensieri. Il ragazzo sta imparando a camminare da solo e sa che a poca distanza qualcuno c’è, a sostenerlo. Un’ora la mattina e un’ora il pomeriggio si cammina in silenzio e così tutti i giorni, per tre mesi. L’adulto ha una consegna precisa: quando il silenzio finisce e prosegue il cammino, non deve chiedere al ragazzo a cosa stesse pensando.
Quella regola l’ha voluta Paul Dall’Acqua, che ha diretto per quindici anni l’associazione francese Seuil, e la spiega così: “Seuil è un catalizzatore di tutte le emozioni. La rabbia, la gioia, la felicità, il piacere, la tristezza. Camminando si impara ad accoglierle. A sapere che arriveranno, e puoi lasciare che ti attraversino”. Le altre ore di marcia sono uno spazio di parola: “Andando si parla molto - dice - di tutto e di niente. Il silenzio serve a fare il resto del lavoro”.
Io sono incantata e grata, ad ascoltare quest’uomo e la sua testimonianza. Perché Seuil rappresenta un modello assoluto a livello mondiale per chi ama come me il gesto del camminare: al di là del suo farsi viaggio, è un gesto esistenziale, taumaturgico. Lo raggiungo al telefono, Paul Dall’Acqua, ma vorrei correre ad abbracciarlo a casa sua, a Rennes. Perché è anche grazie a lui che il modello Seuil - in una forma diversa e più complessa - è sbarcato in Italia, sotto il nome di Lunghi Cammini, il progetto diretto da Isabella Zuliani di cui ci siamo occupati nel dettaglio su queste pagine a giugno scorso, proprio qui.
Dall’Acqua è nato a Limbiate, alle porte di Milano, i suoi genitori provenivano dall’Agordino e poi tutti insieme sono emigrati in Francia. Oggi ha ottantatré anni. Alle sue spalle s’intravede la scia di un lungo percorso professionale compiuto nella giustizia minorile francese, come direttore della Protection Judiciaire de la Jeunesse in due dipartimenti dell’Île-de-France, occupandosi dunque per lungo tempo di accoglienza in comunità. Nei primi anni Duemila conosce Bernard Ollivier, il fondatore di Seuil, che fa di tutto per averlo direttore, per mettere ordine - come diceva di lui lo stesso Ollivier - nella coerenza educativa dell’associazione. Ci è rimasto quindici anni.
L’uomo che lo aveva chiamato a questo cambio di vita nacque 88 anni fa nella Manche, era il figlio di un operaio del granito, una famiglia di sette fratelli. Dopo aver speso trent’anni nel giornalismo, occupandosi di politica ed economia su Paris Match e Le Figaro, per Ollivier arriva il momento più difficile: a cinquantun anni perde sua moglie, poi anche il lavoro. Giunge alla pensione svuotato e senza progetti. Così, in piena depressione, sull’orlo persino del suicidio, decide di fuggire da quella vita e di mettersi in marcia sul Cammino di Santiago. È il 1998.
Durante il suo viaggio a piedi viene a sapere che, poco più avanti di lui, marcia una squadra anomala: due ragazzi belgi e un adulto vanno verso Santiago per conto di un’associazione fiamminga, Oikoten. Ai due minorenni un giudice aveva proposto un patto: camminare, oppure il carcere. Oggi Oikoten non esiste più con quel nome: è confluita in Alba, una più grande associazione belga che si occupa di sociale. Eppure proprio Oikoten - con quella sua etimologia greca che richiama il senso di uscire da casa, di farcela con le proprie forze, - ha svolto un ruolo fondamentale: di richiamo ineludibile per un uomo che in esso decifrò l’intuizione più importante della sua esistenza. E così torniamo proprio a Ollivier, che dopo Santiago parte per la Via della Seta: dodicimila chilometri da Istanbul a Xi’an. Tre anni di viaggio a piedi che gli fruttano il materiale narrativo per un meraviglioso libro bestseller. Con i diritti d’autore ne ricava finanze per la nuova associazione, che nasce nel 2000 in Normandia. Nel 2002 partono le prime due marce e nel 2003 Seuil viene rifondata a Parigi con vocazione nazionale.
Il nome è già di suo ispirante: vuol dire “soglia”, e agisce su due significati. C’è la soglia di casa, quella che si varca uscendo per andare ad abbracciare una nuova avventura, ed è un gesto semplice ma anche così difficile: il gesto del primo passo. C’è poi la chiave di lettura che Ollivier ha spiegato nella scelta di aiutare ragazzi emarginati e desocializzati, a varcare la soglia della società adulta, che rifiutano con violenza. Sotto questa luce, ecco cosa il cammino serve a fare: oltre a darti il tempo di rilasciare le emozioni, dare ordine ai tuoi pensieri, di rimettere in movimento il corpo, vivere nuovi incontri, ampliare la vista a paesaggi diversi… il cammino diventa anche un rito di passaggio.
Rispetto al modello primigenio di Oikoten, Seuil propone però marce uno-a-uno. “All’inizio la giustizia aveva imposto di far partire due ragazzi insieme a un adulto”, racconta Dall’Acqua, “si temeva che nella coppia potessero scattare dinamiche sconvenienti”. Così le prime cinque o sei marce partirono in tre, ma nessuna finì com’era iniziata: “C’era sempre uno dei due ragazzi che se ne andava prima, si litigava facilmente in una triangolazione che diventava spesso un due-contro-uno”, sottolinea. E così, alla fine, venne accettato il modello a due. “Educativamente parlando, ritengo che sia questo il modello perfetto, lo stesso che Isabella avrebbe adottato per Lunghi Cammini”. Il perché è ben spiegato: “C’è il faccia a faccia con il tuo punto di riferimento, ma non ci sono abbastanza “vertici” per costituire una superficie chiusa, per fare gruppo. Lasciando spazio, anche, per l’inserimento di nuovi incontri con altri camminatori: a pranzo mordendo un panino, la sera negli ostelli, o nelle lunghe ore di marcia in mezzo alla natura.
Il resto delle regole originarie è rimasto: gli accompagnatori non devono avere una formazione specifica, ma devono essere animati da una grande sensibilità umanistica. I mesi di viaggio si attestano a tre, e circa millecinquecento sono i chilometri da compiere, quasi sempre all’estero, coinvolgendo adolescenti dai 14 ai 18 anni. Poi c’è il divieto dell’uso del telefono personale, niente musica con cui distrarsi, i contatti con la famiglia sono limitati a uno ogni otto-dieci giorni, e ogni giorno viene redatto il diario di bordo, spedito una volta a settimana alla famiglia, all’educatore di riferimento e al giudice. Non manca anche una macchina fotografica donata in prestito, per arricchire l’album di fine esperienza.
Sono le stesse norme adottate da Zuliani in Lunghi Cammini. La differenza decisiva tra il modello francese e il “figlio” italiano, però, è il denaro, e passa da una legge. In Francia la giustizia minorile nasce con l’ordinanza del 2 febbraio 1945, che per la prima volta separa i minori dal codice penale degli adulti; e da lì discende un obbligo che Dall’Acqua tiene a spiegare: “se un ragazzo rischia il carcere, il magistrato deve portare sul tavolo, accanto alla decisione di incarcerazione, un’alternativa alla prigione”. Su questo si innesta il meccanismo economico. La giustizia — la Protection Judiciaire de la Jeunesse per il penale, e l’Aide Sociale à l’Enfance per l’amministrativo - hanno fissato un prix de journée: “Oggi ammonta a 530 euro al giorno, e comprende tutto: i viaggi, i pasti, i pernotti per il ragazzo e l’accompagnatore”. Tutto questo moltiplicato per trentacinque-quaranta ragazzi l’anno, non è poca cosa. Stessa struttura educativa dalla Francia all’Italia, dunque, ma con una grande differenza di statuto: oltralpe lo Stato paga una retta giornaliera, perché è obbligato a presentare un’alternativa al carcere; in Italia il cammino educativo non esiste come misura riconosciuta, e va finanziato progetto per progetto, con bandi e donazioni. Lo sintetizza Dall’Acqua, con la consueta franchezza: “In Italia è molto più difficile, bisogna trovare i soldi. Per questo il lavoro di Isabella è eroico”.
D’altronde l’amicizia tra Dall’Acqua e Zuliani, tra Seuil e Lunghi Cammini è ormai lunga e consolidata attraverso la costruzione di un vero e proprio percorso parallelo. Tutto ha avuto inizio nel giugno del 2014, quando Isabella Zuliani legge su Avvenire un articolo che raccontava l’iniziativa di Ollivier, e decide di andarlo a incontrare. Il 13 novembre 2016 nasce Lunghi Cammini e appena otto giorni più tardi Seuil firma una lettera di partenariato con cui si impegna a mettere a disposizione competenze ed esperienza. A dirigere Seuil, in quel momento, c’era naturalmente Dall’Acqua e da lì in poi l’interscambio divenne quotidiano, passando per alcune tappe fondamentali anche da un punto di vista formale. Come ad esempio il convegno parigino del settembre 2017, o il progetto europeo Erasmus+ Between Ages, che mise allo stesso tavolo Seuil, Lunghi Cammini, i belgi di Alba, ma anche l’università di Dresda e il Ministero della Giustizia italiano. Dando vita anche a una serie di incontri pubblici in Francia e in Italia, in cui Dall’Acqua e Zuliani hanno raccontato insieme il metodo. Resta tuttavia incredibile che, a parte queste preziose esperienze ristrette tra Francia, Italia e Belgio, non siano stati istituiti percorsi similari in altri Paesi del mondo.
Nel 2023, Dall’Acqua ha lasciato la direzione e Ollivier è diventato presidente onorario. Durante la sua lunga esperienza in Seuil, il compito di Paul è consistito non solo nel creare la metodologia, ma anche nel selezionare tanto i ragazzi giusti ad affrontare questa esperienza, quanto gli adulti disposti a camminare con loro. Sui risultati di questo percorso è preciso, e non necessariamente consolatorio: il 73% dei giovani partecipanti ha completato la marcia tornando a casa con un progetto da mettere in pratica - scuola, formazione, lavoro - e un posto dove stare. E questo è già di per sé un risultato straordinario. “Non sempre, però, Seuil rappresenta una soluzione definitiva: sicuramente lascia una memoria indimenticabile, il segno di un periodo incredibile per la propria vita. Ma non fa magie, nessuno può trasformarsi definitivamente in così poco tempo. Poi ci sono storie come quella di Océane, che ha appena compiuto trent’anni e con cui sono rimasto in contatto. Oggi è madre e ha ancora con sé il suo album fotografico. Alla marcia pensa di continuo”. Va inoltre considerato che entrare in possesso di dati reali, in questo caso non è così facile: una verifica attendibile su un percorso simile andrebbe effettuata alla distanza di dieci-quindici anni, un arco di tempo molto lungo. Senza contare che chi esce da un procedimento penale, ha il diritto a non essere più rintracciato. “Dunque il nostro contributo è nell’offrire una possibilità alternativa, nel piantare un seme, accendere una fiamma. Nient’altro si può prevedere, o garantire”.
In questi giorni la storia di Seuil arriva anche nei cinema italiani, ed è per questo che ho scelto di parlarvene ora. Giovedì 24 settembre esce ufficialmente “Santiago - Un cammino per ricominciare”, con la regia di Yann Samuell: la première è prevista all’Anteo-Palazzo del Cinema di Milano, ore 19. Il titolo originale è Compostelle. Marcher pour se sauver, direttamente tratto da Marche et invente ta vie, il libro in cui Ollivier ha raccontato le marce dei suoi ragazzi. In Francia la pellicola è uscita il primo aprile e ha già superato il milione e duecentomila spettatori; in Italia lo distribuisce Officine UBU, che lo ha già fatto girare tutta l’estate nelle arene e nelle anteprime, dal CineTeatro Baretti di Torino al Paladolomiti di Pinzolo (TN). Le riprese sono state fatte lungo alcuni dei tratti più belli della Via Podiensis, il cammino che parte da Le Puy-en-Velay per arrivare - dopo 1500 chilometri - proprio a Santiago: è lì che Seuil fa realmente partire moltissimi dei suoi ragazzi. Nella finzione cinematografica, Fred - Alexandra Lamy - è un’insegnante sospesa dal lavoro per aver dato uno schiaffo a una studentessa; e c’è Adam - interpretato dall’esordiente Julien Le Berre - che è un adolescente segnato dall’abbandono e dalla rabbia. Un’amica mette Fred in contatto con il progetto, e i due partono insieme. Partendo dal libro di Ollivier e raccogliendo poi le testimonianze di decine di ragazzi passati per Seuil, Samuell le ha compresse in una storia sola: a eccezione del finale, tutto quello che si vede sullo schermo è accaduto davvero a qualcuno di loro.
C’è infine un progetto ulteriore legato al film, che vale una menzione speciale: per tutto l’anno scolastico appena iniziato, Officine UBU porta Santiago nelle scuole secondarie italiane di primo e secondo grado, con matinée a biglietto ridotto e un ampio dossier didattico per insegnanti e studenti, corredato da ampie testimonianze di Ollivier, Zuliani, Samuell e degli attori protagonisti. Migliaia di studenti italiani assisteranno dunque sullo schermo allo svolgimento di un sistema educativo che anche nel nostro Paese esiste. Ma che resta appeso a bandi, finanziamenti privati e all’impegno personale di Isabella Zuliani, a cui auguriamo che la popolarità del film “Santiago” possa portare quel sostegno pubblico che decisamente merita. Un film che auspichiamo sia visto il più possibile proprio dai giovani, ma anche dagli insegnanti: con la consapevolezza che racconta una storia vera. Affinché il cammino come modello educativo possa impiantarsi ovunque, ben oltre i confini di tre soli Paesi europei.









