di Delia Cascino e Titti Vicenti
L’Espresso, 7 marzo 2025
Nel 2024, oltre a 88 detenuti, si sono tolti la vita sette membri della Polizia penitenziaria. Resistere a violenze, disorganizzazione e doppie mansioni è difficile. Soprattutto se si è lasciati soli. “A1 lavoro ho visto persone cucirsi la bocca con il filo di ferro. Alle volte, pur iniziando la mattina, finisco il turno a tarda sera”. Mario (nome di fantasia) fa l’agente di Polizia penitenziaria in un carcere del Nord Italia. Soffre di ansia e disturbi del sonno. “Ho preso molti chili. I pensieri mi tormentano”, ammette. Alcuni suoi colleghi, rivela, chiedono il congedo o preferiscono assentarsi tramite certificato di malattia. Nel sistema carcere perdono tutti. Lo scorso anno, si sono tolti la vita sette agenti e 88 persone detenute. Suicidi, aggressioni e rivolte generano alti livelli di stress.
Roberto Coniali, professore di Criminologia all’Università Statale di Milano, li definisce eventi critici. Le cause del sovraccarico lavorativo e mentale per la polizia in carcere non riguardano, però, solo la gestione degli episodi più violenti. Turni estenuanti, formazione poco pertinente, paghe basse, scarso riconoscimento da parte dei superiori sono altri fattori di rischio. Lo denuncia il sindacato degli agenti penitenziari della Uil-Pa. “Ho subìto aggressioni più di una volta con un pentolino di olio bollente, con penne e lamette. È tutto fuori dalla realtà di una vita normale”, racconta Mario. In questi casi, il dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria offre alla polizia dei colloqui con uno psicologo tramite gli sportelli d’ascolto.
Secondo Cornelli, però, alcuni istituti non hanno accesso a questo servizio o non ne garantiscono la continuità. “In ambienti militarizzati, anche se di ordinamento civile, chiedere aiuto significa essere più deboli. Chi affronta situazioni tese può sentirsi sopraffatto”, commenta Mauro Palma, ex garante nazionale delle persone detenute. A fine giornata, Mario è sfinito. Non crede che il suo lavoro possa essere svolto per tutta la vita. “Alcuni poliziotti, dopo 40 anni sempre in carcere, cercano di tirare avanti. Li vedi distrutti. Se stai lì 18 ore, come fai a non pensarci?”, si chiede. Secondo la letteratura scientifica, gli ambienti detentivi suscitano malessere. Mario prova rabbia e paura. Quando torna a casa, trascorre il tempo con suo figlio, ma a stento si distrae: le immagini, i volti, le voci e i rumori del carcere gli tornano in mente quasi ogni notte.
“Se devi fare fronte a eventi drammatici, l’adrenalina ti tiene attivo e non realizzi subito il pericolo. A volte, ridi di cose che non dovrebbero far ridere”, spiega. Secondo Cornelli, le problematiche di questo tipo sono dovute a fattori socio-culturali e alle difficoltà relazionali ed emotive. Durante gli episodi più violenti, gli agenti spesso non hanno a disposizione neppure gli equipaggiamenti di protezione individuale. Lo denuncia Gennarino De Fazio, segretario generale Uil-Pa Polizia penitenziaria: “Per ovviare alle emergenze, si ricorre al personale libero da servizio di altri istituti penitenziari. Gli effetti negativi si ripercuotono sulla mole di compiti, già elevatissima, e sulla compressione dei diritti”.
Mario lavora in carcere dal 2022. Sei mesi prima, aveva frequentato un corso di formazione: “In teoria, abbiamo imparato a gestire aggressioni, proteste, decessi. In pratica, no”. Perciò Palma suggerisce di strutturare i piani di studio in modo diverso: “Il sistema a rete, più delle lezioni frontali, consente di fare fronte a situazioni critiche. La formazione del personale deve essere continua”. Anche secondo Cornelli, la teoria non va disgiunta dalle esperienze sul campo: “Bisogna acquisire competenze relative alla comunicazione tra persone detenute e agenti”.
Il dialogo è fondamentale. “I poliziotti - commenta Palma - possono condividere le rispettive difficoltà tramite gruppi di ascolto, quando sentono un senso di solitudine”. Alle volte manca una vera interazione con i vertici degli istituti. Cornelli la chiama “distanza relazionale”. Gli agenti che lavorano nelle sezioni detentive faticano a segnalare gli eventi critici ai colleghi di grado superiore. “Dovrei occuparmi dell’area rieducativa. Mi assegnano, però, mansioni diverse. Le comunicano il giorno stesso, in base alle emergenze”, racconta Mario. La discrepanza tra ordini e ruoli genera ambiguità. Lo attesta l’indagine sulla Polizia penitenziaria in Lombardia, a cura di Cornelli: circa il 60 per cento degli agenti non sa quale regola seguire esattamente. Secondo la letteratura scientifica, il senso di smarrimento sarebbe causato dai pregiudizi sul lavoro in carcere.
“Questa pressione sociale è il risultato di un modello gestionale disorganizzato”, afferma Mario. I poliziotti si sentono avviliti, frustrati, confusi, perché svolgono doppie mansioni: custoditili e riabilitative. Cornelli lo definisce “conflitto di ruolo”. “Per esempio, gli agenti aiutano le persone detenute nell’ottica del reinserimento e nello stesso tempo provvedono alla sorveglianza”.
La causa, secondo Palma, è la mancanza del personale nelle carceri di tutta Italia. L’Associazione Antigone denuncia una carenza che riguarda gli operatori penitenziari in generale, come educatori, funzionari giuridico-pedagogici, tecnici amministrativi. Secondo il ministero della Giustizia, lo scorso anno solo il 16 per cento degli agenti era in servizio negli istituti, a fronte del crescente numero di persone detenute.
“Non si tratta solo di numeri. In carcere confluiscono gli esiti di altre contraddizioni sociali: tossicodipendenti, pazienti psichiatrici autori di reato. Va rimodulato il sistema”, commenta Palma. Mario è stanco e rassegnato: “Il carcere è un vivaio; il benessere di noi poliziotti è correlato a quello delle persone detenute. Non ci devono essere né vincitori né vittime”.










