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Il Mattino di Padova, 9 febbraio 2015

 

La domanda che ci fanno spesso gli studenti quando si parla di pene è: ma se le persone in carcere sono trattate bene, non è che poi non hanno più paura della galera e quindi non si fermano di fronte ai reati? L'idea che il male si può fermare solo restituendo altrettanto male è ben radicata: ma bastano le testimonianze di due ragazzi giovani, che hanno vissuto prima la detenzione in galere dure, isolamento, noia, senso di inutilità, e poi sono arrivati a Padova, non in un "bel carcere", che non esiste, ma in un carcere dove hanno sperimentato una pena dignitosa e sensata, per far capire che il carcere "maligno", che punisce e non fa capire, serve solo a rendere la società meno sicura, restituendole gente arrabbiata, e non uomini responsabili.

 

La più letale delle punizioni, la punizione del sorriso, dell'umanità

 

È molto complicato raccontare la storia di un ragazzo difficile, dato che questa storia parte dall'età adolescenziale, da quando ero incazzato con tutti, da quando mi sentivo solo anche se attorno a me non mancava chi mi voleva bene. Arrivo in Italia a sei anni con tutta la mia famiglia, i miei sono persone che si sono sempre spaccate la schiena lavorando onestamente per cercare di non farci mancare nulla, ricordo quando mio padre si svegliava alle tre del mattino per andare a lavorare al mercato ortofrutticolo e mia madre quando andava a fare le pulizie a casa di due persone anziane, la stanchezza non è mai riuscita a toglier loro il sorriso.

Io e mia sorella abbiamo frequentato le scuole medie con ottimi risultati, lei ha continuato gli studi e si è laureata, io invece con molta fatica mi do da fare per raggiungere il diploma in ragioneria qui all'interno del carcere. A quattordici anni delle idee hanno incominciato ad insinuarsi nella mia mente, non riuscivo ad apprezzare più i sacrifici della mia famiglia, in quanto non li valutavo come tali, mi creava insofferenza il fatto che mio padre si alzava alle tre del mattino per 50 mila lire al giorno, lavorava 10 ore, e mia madre che per fare due ore di pulizie doveva farne altrettante di strada fra andata e ritorno. Questa insofferenza mi ha accompagnato in tutta la mia adolescenza fino ai diciassette anni, quando ho cominciato a compiere dei gesti di ribellione come quelli di frequentare posti sbagliati e non rientrare mai a casa negli orari stabiliti dai miei genitori. Tra l'altro, dopo la terza media smisi di andare a scuola e fu un boccone amaro da mandare giù per i miei, ai silenzi di mio padre si alternavano i pianti di mia madre, ma io non sentivo e non vedevo.

Quando ho iniziato a delinquere la mia premessa fu quella di farlo in quanto non volevo spaccarmi la schiena come i miei genitori, e volevo però cambiare il mio futuro status economico. A diciotto anni vengo arrestato per la prima volta e buttato in una sezione di Alta Sicurezza nel carcere di Lecce e ne esco dopo un mese per la giovane età. A casa mia erano più preparati a un lutto che a un figlio in carcere, mia madre ricordo che mi disse: mi ha fatto più male che tu sia stato in carcere un mese che trentacinque anni di povertà e fame nella dittatura comunista. Quelle parole su di me non ebbero effetto, pensavo mia madre non capisse in quanto loro avevano deciso di abbassare la testa ad un sistema che allora mi sembrava ingiusto, e così decisi di allontanarmi da casa per andare a vivere da solo, andai a vivere nelle Marche, in seguito conobbi una ragazza che divenne madre della mia bambina.

La convivenza non mi ha fatto cambiare strada ed ho continuato con le mie idee, che mi portavano a fare reati. Nella primavera del 2004 vengo arrestato dopo un inseguimento nel quale i Carabinieri mi hanno sparato, dopo esserne uscito vivo per miracolo mi colse un delirio di onnipotenza e mi dissi: loro mi possono sparare o incarcerare ma io risorgerò lo stesso. Il periodo più duro l'ho passato dal 2005 al 2007, quando le istituzioni carcerarie hanno trovato la soluzione al mio carattere difficile con il carcere punitivo e isolamenti di lungo periodo: io ci ho sempre messo del mio per prendermi ogni sanzione possibile all'interno delle carceri, ma non concepisco come mai l'unica soluzione fosse quella di sbattermi in isolamento. Nel 2011 arrivo in questo carcere, vado in sezione e vedo le celle aperte, i primi giorni ero felice, potevo stare fuori dalla cella e farmi anche la doccia senza dovere aspettare che mi aprissero la cella, ma dopo un po' ho cominciato a stufarmi di quella monotonia e mi sono reso conto di essere sempre in un carcere, allora ho iniziato a frequentare la redazione di Ristretti Orizzonti e le scuole superiori, non è stato facile il percorso durante questi due anni, ma in questo carcere almeno un percorso c'è stato invece negli altri no. Ricordo quando dopo una sanzione disciplinare mi hanno fatto conoscere quella che io definisco la più letale delle punizioni, la punizione del sorriso, dell'umanità, quando le parole del direttore furono: ragazzo mio cosi non vai da nessuna parte e rovini la tua vita, ritorna in cella e cerca di uscire dalla galera.

In questo carcere mi sono trovato a un bivio: essere l'ennesimo cretino sul pianeta o cercare di dare un significato a tutti questi anni di carcere. Ho scelto la seconda opzione, quella che mi ha fatto prendere per la prima volta lo sconto di pena, quella che mi appassiona di più. Mi guardo indietro e provo a cercare di capire, se queste opportunità mi fossero state date prima, se mi sarebbero servite, la mia risposta la trovo nei risultati raggiunti, mi domando se ogni mio errore fatto all'interno delle carceri andava punito con isolamenti e indifferenza, quando io parlavo male alle istituzioni le istituzioni urlavano, ma forse io avevo bisogno di altro. Tutto ciò lo racconto anche agli studenti delle scuole, con la convinzione di dover rendere qualcosa agli altri che va oltre la galera, perché la galera è un debito che io ho con lo stato, ma con la società ho un debito morale più profondo e l'unico modo ripagante lo trovo in quegli incontri con gli studenti. La strada che ho intrapreso non è nulla di straordinario, ma è vivere in un modo normale senza ledere gli altri per raggiungere i miei obiettivi. So che di errori ne farò ancora, ma almeno ci provo.

 

Erion Celaj

 

Entravo e uscivo dal carcere

 

Mi chiamo Marsel, vengo da una città dell'Albania, da una famiglia povera e distrutta dal regime comunista. Quando ero piccolo mi appassionava tantissimo giocare a calcio. Frequentavo la scuola, non andavo bene, non ascoltavo i maestri e facevo casino. Nel 1997 in Albania è scoppiata la guerra civile, da lì è cambiato tutto perché si sono riaperte le vecchie faide tra la mia famiglia e un'altra famiglia della città. Subito è entrato in vigore il Kanun, un codice che esiste da più di 500 anni, non è riconosciuto dalle autorità, codifica le regole da osservare tra le famiglie "in faida". Permette solo alle donne e ai bambini di uscire liberamente di casa. Dal momento che ho compiuto 14 anni la mia vita non era più sicura a causa della faida. Tuttavia, mio padre decise di non farmi abbandonare la scuola e l'attività del calcio. Finché all'inizio del 2004 smetto tutto e vengo in Italia.

Qui mi ospitava un mio parente che lavorava in regola e dopo una settimana mi prende con lui a lavorare. Il primo giorno mi sembrava che non finisse mai, ma piano piano mi sono abituato. Ben presto però dopo aver conosciuto dei miei paesani che rubavano e spacciavano non ci ho pensato neanche un po' e mi sono messo a rubare. Ho litigato con mio cugino che non voleva che io prendessi questa strada e sono andato via da casa sua, a Treviso. Lì ho incontrato dei ragazzi che vivevano di furti e di espedienti. Ho iniziato a fare questa vita che mi permetteva di avere i soldi che volevo, poi andavo in giro con le macchine anche se non avevo la patente ed ero minorenne. Andavo nelle discoteche e vivevo in maniera dissoluta, finché nel 2005 subii il primo arresto. Mi portarono nel carcere minorile e dopo 5 mesi uscii.

I reati che facevo diventavano sempre più gravi e con la giustizia avevo ormai tanti debiti. Entravo e uscivo dal carcere. Durante la varie detenzioni non mi hanno mai dato la possibilità di fare un percorso rieducativo, stavo buttato in cella o nei cortili dei passeggi, a parlare con altri detenuti e progettare il modo di rubare più soldi. Finché mi arrestarono di nuovo nel 2008, avevo una fidanzata a cui volevo bene che era in attesa di nostro figlio. Mi portarono in carcere a Vicenza, dopo sei mesi uscii per la nascita di mio figlio, avevo l'obbligo di dimora nel comune di Treviso, ma dopo un mese scappai, e mandai la mia ragazza con mio figlio all'estero. Ben presto ci lasciammo, a lei non piaceva quello che facevo, voleva che mi mettessi a lavorare e che nostro figlio avesse suo padre sempre vicino.

Nel 2011, quando mi arrestarono, mi arrivarono tutte le pene che avevo in sospeso, processi da fare e condanne definitive. Ho una condanna totale di 20 anni, ho 26 anni, ne ho fatti già 6 di galera, ho girato tutte le carceri di Veneto e Friuli e non me la sono passata bene, perché sono tossicodipendente di droga e alcool.

Il 14 febbraio del 2013 vengo trasferito a Padova. Certamente qui si vive un po' meglio che in molte altre carceri ma per quanto riguarda la tossicodipendenza, si fatica a essere seguiti per il sovraffollamento. Io anche con la salute non stavo bene, fino a quando non sono entrato a far parte della redazione di Ristretti Orizzonti. Ero disperato e in depressione, ma grazie agli amici che avevano capito i miei problemi, ho iniziato anche a fare colloqui di sostegno con una psicologa volontaria, ed è lei che mi ha fatto sentire che anche io sono una persona.

 

Marsel Hoxha