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di Valeria Di Corrado

Il Messaggero, 18 marzo 2025

“Esiste un prima e un dopo il carcere. Non c’è un aspetto della tua vita che non viene toccato”. Simone Uggetti nel 2016, quando era sindaco di Lodi, venne arrestato per una presunta turbativa d’asta relativa a una gara di gestione di piscine scoperte, accuse poi rivelatesi infondate. Trascorse 11 giorni a San Vittore e 25 ai domiciliari. Dopo un iter processuale durato 7 anni è stato assolto definitivamente. Il suo caso non è isolato. L’anno scorso 552 persone sono state ingiustamente detenute. “E questi numeri sono parziali, perché riguardano coloro che hanno chiesto allo Stato una riparazione. Poi c’è chi come me, non lo ha fatto e non rientra in quelle statistiche.

Ci dovrebbe essere un utilizzo della custodia cautelare che si richiami ai dettami della Costituzione, ma in questi decenni la prassi è stata quella di applicare un criterio molto estensivo, finanche a snaturare quei dettami. Molto spesso il carcere o i domiciliari diventano lo strumento con il quale di fatto si dà un calcio di inizio alle indagini”.

Servirebbe una riforma della normativa?

“Sì, abbiamo bisogno di una riforma che migliori il sistema. Tra il principio della Costituzione, le intenzioni del legislatore e l’applicazione pratica, c’è uno scarto significativo che qualsiasi operatore del diritto non può non riscontrare. Non per mettere il bavaglio all’opera dei magistrati, ma il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale è una “coperta di Linus”. Di fatto c’è una discrezionalità nell’azione penale, sotto il mantello ipocrita dell’obbligatorietà. Sarebbe invece molto più serio e giusto nei confronti del cittadino che ci fossero da parte delle Procure delle griglie nelle quali si decide di perseguire in via prioritaria alcuni tipi di reati. Questa è una di quelle riforme di sistema che meriterebbe l’attenzione bipartisan, perché sappiamo che poi i ruoli politici cambiano ma spesso i problemi rimangono”.

Cosa pensa della proposta del ministro della Giustizia Nordio di usare le caserme dismesse per la carcerazione preventiva?

“In Italia abbiamo storicamente un problema di sovraffollamento delle carceri. Quindi utilizzare strutture esistenti, riconvertendole, mi sembra una proposta di buon senso. Ovvio che poi ci vuole un potenziamento di quelle strutture e un adeguamento del personale addetto”.

Ha una proposta da suggerire?

“Una proposta che lancerò riguarda il rapporto tra i pubblici amministratori e il sistema giudiziario. È quasi diventato normale oggi, soprattutto in una città capoluogo, che un pubblico amministratore si debba preventivamente munire della funzione di avvocato speciale perché è frequente finire indagati. Urge un intervento”.

Lei ha subito la carcerazione preventiva. Qual è l’immagine che gli è rimasta impressa?

“Io mi definisco un purista del carcere, perché ci ho trascorso “solo” 11 giorni. Nel raggio dei reati comuni, mi è rimasta impressa la sproporzione dei detenuti di origine italiana e non italiana. Alcuni direbbero che gli stranieri delinquono di più. Invece, vivendola sulla mia pelle, ho capito che c’è chi ha gli strumenti per difendersi dal sistema e chi no. Avere un buon avvocato fa la differenza”.

Come si è sentito quando ha varcato le porte del carcere sapendo di essere innocente?

“È un’esperienza che ti porti dentro per tutta la vita. Chi delinque sa in cuor suo che può incorrere in una reprimenda giusta. Chi invece come me è convito di agire per il bene pubblico si ritrova a vivere un capovolgimento della realtà. Mi ricordo il momento in cui arrivò il tenente colonnello e pronunciò le parole “ordinanza di custodia cautelare”: vidi un grande nero, ci ho messo tempo a dipanarlo”.

Poi ha vissuto la gogna...

“Sei giudicato colpevole e non hai parola, c’è una asimmetria comunicativa tremenda. Non c’è un aspetto della tua vita che non viene toccato. Io mi ritengo fortunato, nonostante tutto, perché ho un nuovo lavoro da amministratore delegato di una società rigorosamente privata che non lavora con il pubblico. Ho avuto una “voce di tribuna”, ma ci sono tante voci afone”.

Se le riproponessero di candidarsi?

“La passione politica ce l’avrò sempre. Vivo come un’azione politica anche raccontare la mia vicenda giudiziaria. Non escludo un ritorno, perché sarebbe sbagliato far vincere la paura, l’inazione. Sono felice di avere la possibilità di scegliere. Durante il processo non avevo neanche quella. Nello spazio tra l’indagine e l’eventuale condanna, se passano anni, anche chi doveva essere rieducato diventa una persona diversa. Io ho la fortuna di essere conosciuto, ma di Beniamino Zuncheddu quanti ce ne saranno”.

Ora si ridiscute delle nuove piste sull’omicidio di Chiara Poggi...

“Lì c’è uno stress mediatico ipertrofico. Ma pensi a quelli che non ce l’hanno. Da un certo punto di visto è anche più pericoloso, perché l’attenzione degli inquirenti è più bassa”.