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di Claudio Bottan

Voci di Dentro, 2 dicembre 2022

Tossicodipendenti e ladri di biciclette, truffatori e rapinatori, assassini e spacciatori, ergastolani e giovani in custodia cautelare, magari alla prima carcerazione. Tutti insieme appassionatamente a condividere gli stessi spazi giorno e notte pur avendo bisogni completamente diversi.

Dentro ai sacchi neri dell’immondizia che trascinavo c’erano le poche cose che avevo deciso di portarmi a casa, soprattutto i libri e le lettere che mi avevano accompagnato in una detenzione pesante come un macigno. Sei mesi, tre carceri e dodici settimane di isolamento Covid, mi avevano provato più dei sei anni e mezzo che avevo già scontato per bancarotta. Questa no, non era in preventivo. Una nuova carcerazione a quattordici anni di distanza dal reato non aveva alcun senso, anzi, interrompeva un faticoso e irreprensibile percorso di reinserimento sociale.

Quel pomeriggio sonnecchiavo e nel dormiveglia mi era parso di sentire una voce: “Prepari le sue cose e scenda in matricola che va a casa”. Appena ho realizzato che non si trattava del solito scherzo dei concellini, in pochi minuti avevo già fatto “le valigie”, un rapido giro di saluti, e mi avviavo verso l’uscita accompagnato dall’applauso riservato ai “liberanti”. Alla fine di un’estate interminabile trascorsa in una cella rovente di Rebibbia era arrivata, ormai insperata, la concessione dell’affidamento in prova al servizio sociale.

Scendendo le scale che portano alla matricola ho incrociato Gabriele, uno dei presunti responsabili della morte di Willy Monteiro. Niente domande, bastavano i miei sacchi neri e il fatto che non fossi accompagnato da una guardia per capire che me ne stavo andando. Una pacca sulle spalle e due parole, le uniche che mi sono uscite in quell’istante: “Tieni duro”. Passo incerto, quasi timoroso, e sguardo basso. Nella sua andatura nemmeno l’ombra della camminata tracotante del bullo che pratica Mixed Martial Arts, le arti marziali che sarebbero state usate come un’arma dai fratelli Bianchi per massacrare, insieme ad altri, il ragazzo intervenuto per difendere un amico.

“Il calcio frontale al petto, inferto da Gabriele Bianchi ricorrendo a tecniche da arti marziali che consentono di caricare il colpo anche sfruttando come leva un cartello della segnaletica stradale, è inequivocabilmente indicativo del dolo omicidiario”, scrivono i giudici nelle oltre 70 pagine di motivazioni in cui affermano che Gabriele Bianchi “sapeva di sferrare contro il povero Willy un colpo che, in quanto vietato, era potenzialmente mortale. E, nonostante tale consapevolezza, egli lo sferrava con estrema violenza, posto che tutti hanno descritto quel calcio come potentissimo. In definitiva l’azione delittuosa principiava con un calcio frontale, portato con tecnica ad opera di un esperto di arti marziali, molto robusto, diretto contro un punto vitale del corpo umano con estrema violenza. E per di più contro un ragazzo esile come il povero Willy”. Gli imputati “avevano la percezione del concreto rischio che attraverso la loro azione Willy potesse perdere la vita, e nondimeno hanno continuato a picchiarlo”, aggiungono i giudici secondo i quali i quattro “tenevano il livello della violenza sulla persona del povero Willy” sullo stesso “crudele, livello impressogli da Gabriele Bianchi” e lo “colpivano con violentissimi calci al capo ed al corpo”.

Una vicenda, quella di Colleferro, che ha scatenato i commentatori seriali sui social. Qualcuno invoca la pena di morte, altri, invece, vorrebbero “solo” che si buttasse la chiave applicando pene esemplari: meglio una morte lenta. I più sono convinti che tanto ci penseranno i carcerati a “fare giustizia” paventando soprusi indicibili a suon di coltellate e sodomia. Credenze popolari, alimentate anche da certa informazione abile nello sfornare sistematicamente fake news sugli argomenti che “tirano”. La realtà è completamente diversa.

Solitamente lo vedevo durante l’ora d’aria, alle prese con il sacco che pendeva ad un angolo del cortile dei “passeggi”. Colpiva forte, con violenti calci e pugni. Pettorali scolpiti, tronfio e appagato dal consenso che avvertiva in chi lo osservava, Gabriele Bianchi pareva sentirsi a suo agio in quella nuova palestra. Poco più in là altri lo imitavano mimando combattimenti, intanto dal balcone soprastante l’agente della polizia penitenziaria commentava i colpi incitandolo: “Dai Bianchi, ancora, più forte, picchia duro!”. Vicino al presunto assassino di Willy passeggiavano i presunti responsabili dell’uccisione del carabiniere Cerciello, quelli accusati di aver sparato a Luca Sacchi e altri ancora dei quali le cronache si sono ormai dimenticate. Dalla finestra del corridoio ogni tanto faceva capolino il comandante Schettino. Luciano, invece, stava sempre seduto su una panchina appoggiato alla sua stampella. Ogni giorno speravo di non dover ascoltare lo stesso racconto di quell’ultraottantenne di cui ormai conoscevo a memoria ogni dettaglio: insoddisfatto per l’esito di una causa civile aveva infilato la canna della pistola in bocca al suo avvocato; poi lo sparo, ma non prima di essere certo che il malcapitato se la fosse fatta sotto per la paura. Qualcuno intanto giocava a pallone, altri si trascinavano lentamente sotto l’effetto di psicofarmaci e metadone.

I più anziani di solito erano impegnati con gli scacchi, mentre la maggior parte camminava compulsivamente su e giù, come automi, da un lato all’altro dell’incandescente cortile di cemento. Intanto si parlava di sentenze e operato degli avvocati, di calcio e pastasciutta, ma soprattutto di reati. Di tecniche da affinare per ottimizzare il risultato di spaccio e rapine, di accorgimenti da adottare per non farsi “bere” dalle “guardie”. Tossicodipendenti, ladri di biciclette, truffatori, rapinatori, assassini e spacciatori. Tutti insieme appassionatamente: ergastolani e giovani in custodia cautelare, magari alla prima carcerazione, a condividere gli stessi spazi giorno e notte pur avendo bisogni completamente diversi. Nessun circuito separato, nemmeno tra persone condannate definitivamente e presunti innocenti.

È Rebibbia Nuovo Complesso, che di nuovo ha ben poco. Una casa circondariale che risente delle stesse problematiche della maggior parte degli istituti di pena italiani: 1450 persone ristrette a fronte di 1100 posti regolamentari, celle progettate per quattro persone in cui ne vivono sei e altre celle singole con il bagno “a vista”. Il G8 è il salotto buono di casa, quello da far visitare a chi ci mette il naso per capire cosa succede oltre le mura. Lì sono concentrati laboratori, corsi universitari e detenuti famosi. Per il resto nulla di nuovo sotto il sole: carenza cronica di educatori, psicologi e agenti completano il quadro desolante di un luogo in cui si cerca di ammazzare il tempo per non farsi ammazzare dal tempo. Basterebbe una passeggiata tra i corridoi delle sezioni, oppure ai cortili dell’aria, per chiarire le idee a gran parte dell’opinione pubblica ma anche a molti addetti ai lavori. Si potrebbe osservare un pezzo di umanità abbandonata a sé stessa, occupata nella replica della commedia grottesca che quotidianamente va in scena in un mondo parallelo e surreale, un non-luogo in cui vengono relegati la povertà, il disagio sociale, la malattia fisica e quella psichiatrica.

Si è trattato dell’ultima tappa del mio lungo tour delle prigioni e dell’ennesima conferma che il carcere, così com’è concepito, rappresenta il fallimento della società. Un male da cui liberarsi.