di Antonella Di Pietro
leggilanotizia.it, 17 dicembre 2025
Se la tendenza è quella di nascondere e chiudere i problemi dietro le sbarre, il malessere dilaga e si riverbera drammaticamente in tutto il contesto, esasperando detenuti e operatori. Il 2024 ha registrato 91 suicidi tra i detenuti e 7 nella Polizia penitenziaria. Anche il 2025 è stato un anno contrassegnato da tensioni, disordini e episodi di suicidio che hanno portato a 76 il numero dei “morti di pena”. Lo scorso novembre, alla Casa circondariale di Cremona si è tolto la vita un educatore, aggiungendo la sua morte ad altri 3 suicidi di operatori, due della penitenziaria e un altro delle funzioni centrali. Vicende che hanno riacceso i riflettori sulle difficoltà di questo lavoro che comporta uno stress emotivo elevatissimo un forte rischio di burnout.
Le cause per chi vive il carcere, per chi lo frequenta e per una parte di soggetti che amministrano, sono ben chiare. Il sovraffollamento, la mancanza di risorse e di servizi, le strutture inadeguate che si sommano a politiche nazionali prive di una strategia lungimirante, capace di affrontare la questione con la responsabilità che andrebbe adottata, aggravano la situazione.
È vero, la questione penitenziaria non è mai stata affrontata con risolutezza, ma quanto sta avvenendo con il Governo Meloni è senza precedenti. La linea nazionale ha completamente stravolto i principi costituzionali dell’art. 27. I decreti sicurezza e Caivano hanno portato a un aumento dei reati e all’inasprimento delle pene, minando il sistema penale e penitenziario italiano. Gli istituti penali minorili, un tempo considerati un esempio europeo, sono stati svuotati nella loro funzione originaria.
I campanelli d’allarme continuano a suonare e nelle stesse iniziative recentemente organizzate per la ricorrenza del cinquantesimo anniversario dell’ordinamento penitenziario è stato sottolineato a più voci che la riforma nel 1975, nata per spostare l’attenzione dalla detenzione alla persona e alle misure alternative, con l’intento di garantire la rieducazione e la socializzazione al fine di dare impulso e applicabilità ai diritti umani e alla necessità di volgere l’attenzione al recupero, oggi è stata completamente tradita da un impostazione pericolosa che vede nell’approccio severamente carcero-centrico e punitivo la risposta a tutto.
In uno scenario nazionale già complicato che evoca i tempi della sentenza Torreggiani, quando nel 2013 la Corte europea dei diritti umani condannò l’Italia per le condizioni di detenzione inumane e degradanti, Il DAP (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria) di recente ha addirittura emanato una circolare per il blocco di attività trattamentali che è poi stata ritirata in seguito alle sollevazioni di istituzioni e associazioni contrarie a una disposizione che è in netto contrasto con l’ordinamento penitenziario.
Anche a Bologna dai banchi del consiglio comunale si è levata una voce chiara che si è unita all’appello delle diverse realtà. Il risultato ci dice chiaramente che seguire i processi e fare pressione quando escono norme e procedure che peggiorano la condizione detentiva non solo è importante ma è utile in termini di risultati e un ringraziamento va a coloro che in questa direzione si sono adoperati. Restano comunque molti problemi da affrontare e abbiamo bisogno di uno sforzo maggiore da parte di tutti i livelli della politica per risolvere situazioni di tensione e malessere che persistono e aumentano.
Le soluzioni per affrontare il dramma delle carceri ci sarebbero, se solo si avesse la volontà di affrontarle. Sul sovraffollamento si potrebbe intervenire adottando misure deflattive come la liberazione anticipata speciale per meritevoli. In questo momento aiuterebbe ad alleggerire una situazione esplosiva. La questione va affrontata nella sua profondità ed è necessario investire in misure e strutture alternative. Vanno esaminati anche gli aspetti di competenza regionale per individuare insieme nuove strade. Le tossicodipendenze e le persone con problemi di salute mentale ad esempio non dovrebbero stare in carcere ma in altri contesti di recupero. Ci sono storture che necessitano dell’impegno di tutti per essere corrette. Non è semplice e ogni aspetto va affrontato nella sua complessità, ma è nostro dovere agire per migliorare e cambiare un sistema nazionale degradato e fallimentare e il lavoro che svolgono operatori e volontari va sostenuto e accompagnato con scelte azioni, investimenti necessari. Anche il raccordo tra enti locali, Regioni e Stato è fondamentale e su questi aspetti dobbiamo continuare a insistere.
Segnali di speranza non mancano e derivano da operatori, da un volontariato indispensabile per creare opportunità e da istituzioni locali sensibili. Derivano anche da iniziative, eventi e lavori di rete che continuano a fiorire grazie soprattutto a chi sceglie di dedicarsi a questo tema per garantire i diritti dei detenuti e delle regole civili. È un ambito, quello del volontariato, in cui si iniziano a intravedere anche molte persone più giovani ed è sicuramente un valore aggiunto perché per quanto si faccia o se ne discuta, la questione carceraria non è ancora compresa dai più e il lavoro culturale da rivolgere alla collettività non è secondario perché lo stato di salute delle carceri è un termometro della democrazia da preservare.











