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di Cesare Burdese

La Stampa, 28 dicembre 2022

La Costituzione italiana ammonisce che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Nel caso della pena del carcere, la configurazione dell’edificio ove la si sconta deve essere informata ad umanità.

Il senso di umanità è compiuto se l’edificio carcerario soddisfa i bisogni materiali, psicologici e relazionali dei suoi utilizzatori, vale a dire le persone detenute, il personale di custodia, gli operatori, i visitatori e se non è estraneo ai luoghi dove si colloca. In termini architettonici il soddisfacimento di tali bisogni si possono tradurre nella qualità estetica ed ambientale dell’edificato, nella dotazione di spazi adeguatamente attrezzati per i rapporti dei detenuti con il proprio mondo familiare, affettivo e relazionale, di spazi collettivi ma anche di luoghi dove potersi isolare ed estraniare liberamente dagli altri e dallo stesso ambiente detentivo, di spazi ove poter impegnarsi in attività lavorative, culturali e di culto.

In assenza di tali condizioni, anche la dignità della persona, così come richiamata dalle convenzioni, regole e raccomandazioni internazionali riguardanti il trattamento dei prigionieri e la gestione delle carceri, alle quali l’Italia aderisce, viene meno. La rieducazione, da intendersi come l’opera da parte dello Stato rivolta al condannato, per fornirgli gli strumenti per non commettere più reati una volta rientrato nella società libera dopo aver scontato la pena, può realizzarsi solamente in presenza di spazi destinati allo scopo.

È fondamentale che nell’Istituto detentivo siano presenti spazi per svolgere tutte quelle attività che costituiscono gli “elementi del trattamento” finalizzato alla “risocializzazione” quali: l’istruzione, la formazione professionale, il lavoro, i rapporti affettivi, il culto, i contatti con l’esterno, ecc. Lo scenario architettonico carcerario nazionale in tal senso è contraddittorio e carente.

Nel nostro paese sono in funzione 189 Istituti penitenziari con una capienza regolamentare di 51. 333 posti, per una popolazione detenuta che ammonta a complessive 56. 524 unità. Quegli Istituti - distribuiti sul continente e sulle isole - si differenziano tipologicamente tra loro per epoca di costruzione. Il campionario è vario: edifici pre-ottocenteschi - castelli, fortezze e palazzi nobiliari - adattati in passato a carceri cellulari, penitenziari sorti nel corso dell’ottocento, nella prima metà del novecento, dopo la riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975 e recentemente.

Gli Istituti più antichi sorgono nel cuore delle città o alla peggio in aree periurbane, quelli più recenti sorgono alle estreme periferie delle città o a chilometri dai centri urbani. In due casi, una piccola isola è completamente destinata a carcere: si tratta dell’isola di Gorgona e dell’isola di Pianosa, uniche realtà di questo tipo, sopravvissute alle numerose in passato. Il filo rosso che unisce i nostri Istituti penitenziari è rappresentato dal residuo presente nel costruito ed in parte nelle sue modalità d’uso, di una concezione afflittiva e retributiva della pena che ci proviene dal passato. Indistintamente, gli aspetti fisici ed ambientali delle nostre carceri, possono essere riportati ad una situazione media, riassumibile nelle seguenti caratteristiche principali: isolamento assoluto dell’istituto carcerario dal mondo esterno, limitazione e frazionamento dello spazio interno, monotona uniformità del luogo e del modo di vita individuale e collettivo, insufficienza funzionale delle strutture ambientali e indifferenza di esse per le necessità fisiologiche e psicologiche dell’individuo detenuto e di quanti a vario titolo lo frequentano.

A questi aspetti si aggiungono la mancanza di posti detentivi rispetto al fabbisogno reale, con conseguente sovraffollamento degli Istituti detentivi, e la carenza di dotazioni spaziali per le citate attività trattamentali.

Circostanze queste che peggiorano la condizione detentiva e lavorativa e che inficiano la possibilità di realizzare in pieno la finalità risocializzativa della pena. Tutto questo avviene in un contesto fisico spesso fortemente degradato, carente sotto il profilo igienico sanitario e della manutenzione dei fabbricati e degli impianti. Come è stato ampiamente dimostrato dall’indagine scientifica finalizzata alla comprensione delle dinamiche interne alla “società detenuta”, gli spazi di vita e di lavoro del carcere devono essere risolti oltre i semplici aspetti funzionali, tecnici, fisiologici, per abbracciare una visione della società e dell’architettura più olistica, dove l’utente generico della prigione sia considerato nel suo insieme fisico, emotivo e spirituale.

Altrettanto è stato dimostrato che una tale architettura consente lo sviluppo di un buon rapporto tra il personale e i detenuti, fornisce spazio e opportunità per una gamma completa di attività, e offre condizioni di vita e di lavoro dignitose. Se rivolgiamo lo sguardo oltre i confini nazionali, in Europa e Oltre Oceano, possiamo rilevare l’esistenza di carceri che vanno in quella direzione. Gli architetti che li hanno progettati si sono concentrati in particolare sui bisogni dell’utenza e sulla funzione risocializzativa della pena detentiva, senza peraltro trascurare quelli della sicurezza e della funzionalità penitenziaria.

In quelle strutture si identificano i temi architettonici del carcere contemporaneo: la cura per la qualità estetica del costruito; l’attenzione per il rapporto fisico con il contesto di insediamento; la suddivisione in zone delle diverse parti della prigione attraverso la codifica dei colori e l’uso di colori psicologicamente efficaci; l’attenzione alla massima valorizzazione della luce naturale e/o della luce artificiale che imita la luce del giorno; un maggiore accesso agli spazi esterni con alberi, piante e giochi d’acqua; l’adozione di soluzioni architettoniche che privilegino la profondità del campo visuale e la possibilità di variare l’esperienza sensoriale nei materiali di finitura e nel rapporto “al chiuso e all’aperto”.

L’attenzione e l’impegno che da qualche tempo in maniera sistematica vengono posti al tema della progettazione carceraria dalle Università di Architettura, rafforza l’idea di una maggiore attenzione al tema e di crescita culturale sulla questione. Se guardiamo al carcere, l’anno che sta per finire ha riproposto - addirittura ampliandoli - i drammi ed i problemi di sempre: sovraffollamento, suicidi, ozio forzato, uso arbitrario della forza, organici carenti, violenza, tagli in legge di bilancio, alto tasso di recidiva (oltre al 70%), condizioni di degrado ed inadeguatezza delle dotazioni spaziali degli Istituti detentivi. Un dato è certo ed inconfutabile: in Italia per realizzare da zero un nuovo carcere e per metterlo in funzione, mediamente non sono sufficienti quindici/ venti anni. Diversamente accade in altre realtà nazionali dove, solo per limitarci al continente europeo, i tempi di realizzazione si riducono significativamente.

A titolo di esempio cito la costruzione del nuovo carcere belga di Haren costruito a Nord di Bruxelles da 1200 detenuti in sette anni, e la ristrutturazione dello storico carcere La Santè a Parigi realizzata in quattro anni.

Nel nostro paese, al momento le vicende edificatorie del nuovo carcere di Bolzano, del nuovo carcere di San Vito al Tagliamento, del nuovo carcere di Nola e della rifunzionalizzazione a carcere della Caserma Bixio di Casale, sono da anni al palo. La compagine DAP fortemente condizionata dal ridimensionamento dei fondi a disposizione, dovrà fornire le nuove linee programmatiche sulle infrastrutture penitenziarie in essere e per quelle che eventualmente verranno. Non resta che attendere e sperare.