di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 18 maggio 2026
Il presidente della Cei: “Pochi politici capaci di visione grande, il vero coraggio è sfuggire alla logica diabolica del riarmo”. “E chi l’ha detto che il dialogo è facile? Il dialogo richiede coraggio. Disarmarsi richiede coraggio. E richiede soldi. Non è gratis. Bisogna investirci, sul dialogo. Ma una cosa è certa: se si investisse sul dialogo la stessa mole di denaro che si spende per le armi i risultati sarebbero molto, molto, molto superiori in qualità e quantità. Nessuna guerra ha mai risolto il problema per cui era stata fatta. Al contrario il ragionare in una logica di insieme, di fraternità tra viventi, il fermarsi per aspettare chi è indietro, è l’unica via che porta alla salvezza di tutti. L’unica via per costruire speranza e fiducia nel futuro”.
Il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente di tutti i vescovi italiani, risponde al telefono mentre è in viaggio. Parla con l’inflessione pacata che non perde mai, come riflettendo a voce alta per mettere in sequenza i tanti pensieri.
Cosa vuol dire “Insieme” oggi?
“La stessa cosa di sempre, in sé. Siamo fatti per la fraternità: “Non è bene che l’uomo sia solo”, dice Dio nel dargli una compagna. Dopodiché sappiamo come è finita tra i primi due fratelli della storia. Succede quando non riconosco più nell’altro un fratello ma colui che mi ruba spazio e protagonismo. Ed è questa, la logica dilagante del protagonismo e della prestazione, a rendere il mondo di oggi più complicato di quello di prima. A maggior ragione perché l’altro con cui ci si confronta, oggi, non è più un individuo ma una realtà senza limiti come quella dei social”.
C’è chi dice che i social sono un grande “Insieme”...
“Peccato che invece di usarli per coltivare ciò che potrebbe unirci li usiamo, non dico sempre ma comunque troppo, per nutrire l’io. E infatti l’io di molti non sta tanto bene, se ci guardiamo in giro”.
Lei cosa vede in giro?
“A un primo sguardo quel che vedono tutti: le povertà che crescono, la forbice delle disuguaglianze che si allarga, da una parte chi è in fuga da qualcosa e dall’altra chi gli alza davanti un muro, vedo la crisi del clima, i milioni di migranti, le tante guerre. E vedo che quando non sappiamo specchiarci nell’altro ci ritroviamo soli, fragili e impauriti: è lì che diventiamo pericolosi”.
La paura piace tanto al potere. Come ci si difende?
“Dal potere o dalla paura?”.
Vabbè, diciamo dalla seconda...
“Ripartendo dalla parola con cui abbiamo iniziato questa chiacchierata: insieme. La paura nasce dal sentirsi soli e il mondo di oggi sa coltivarla bene la solitudine, con la continua promessa di risposte che in realtà sono inganni”.
Per esempio?
“Per esempio quella di chi ripete che i conflitti possano essere risolti con la forza. Le armi producono solo altre armi. Ma attenzione, vale anche per l’inganno contrario: anche quello che io chiamo dialogo al ribasso, il dialogo ridotto a un teatro, è un imbroglio. Il dialogo vero è una cosa diversa. E certo che è difficile, perché devi farlo col tuo nemico. Ma è solo quel dialogo lì a poter costruire una pace vera. E quel tipo di dialogo ha bisogno di mezzi. Ha bisogno, quello sì, anche di forza”.
In che senso?
“In quello che ha capito lei. Gli accordi di pace raggiunti in Mozambico hanno avuto bisogno di una forza di pace neutrale che garantisse il rispetto del cessate il fuoco tra le parti. Le agenzie internazionali hanno un motivo di esistere. Ma soprattutto: la pace non è gratis. Esattamente come la guerra. Tanti soldi spesi in riarmo? Altrettanti si dovrebbero investire in scuole, ospedali, educazione, case, arte, cultura, lavoro, accoglienza. Si tratta di scegliere”.
La società è migliore dei suoi politici?
“Mi è difficile rispondere in modo secco. Mi viene meglio dire che abbiamo pochi politici capaci di una visione grande. Penso per esempio che i popoli europei sentano il bisogno di stare insieme, non del contrario, e che servirebbero politici capaci di interpretare quel bisogno, non di soffiare sul suo contrario”.
Motivi per conservare la fiducia?
“Il primo è viverla. La fiducia si alimenta. Le cose si “fanno”, il dialogo si “fa”. È un tema molto legato alla speranza, ovviamente. Che non significa provvidenzialismo né fatalismo. Significa affrontare le difficoltà nella convinzione che esse non sono l’ultima parola. Quando papa Leone parla di pace disarmata e disarmante parla di fiducia e di coraggio: serve fiducia, per disarmarsi, ma serve anche coraggio soprattutto se sei il primo a farlo. Ed è il coraggio vero, di coloro che sfuggono alla logica diabolica del riarmo. Ma sono loro a vederci bene. Non i ciechi”.










