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di Andrea Malaguti

La Stampa, 27 febbraio 2023

Questo sì che era un bel carico residuale. Venti bambini, due gemelli, un neonato, almeno cento persone crepate in mare a poche bracciate dalle coste calabresi. Ma, appunto, gente da poco. Dunque, chissenefrega. Chissenefrega del terrore che avevano negli occhi quando onde alte come grattacieli hanno spezzato la loro barchetta di legno marcio e il gorgo della corrente li ha risucchiati nell’abisso mentre annaspavano, chiedevano aiuto, aggrappandosi con inutile disperazione agli ultimi istanti della loro brevissima vita. Cosa interessa a noi del freddo, del buio, della paura, che ha strisciato nelle loro pance, nei loro occhi, nel loro cuore, e li ha fatti gridare di terrore prima che l’acqua gli entrasse nel naso, in gola e nei polmoni, fino a cavargli l’ultima bava di fiato? Perché dovrebbe importarci? Che cosa c’entriamo noi con quella gente là (esattamente “quella gente là”, lontana, distante, altra, disumanizzata)?

Sono solo nuovi numeri di una statistica buona per i litigi da cortile della nostra politica, che per bocca della premier, di Giorgia Meloni (che deve essere per forza meglio di quello che ha dimostrato ieri, che è sembrata ieri, che ci ha raccontato ieri), con questa distesa di cadaveri appena sigillati in sacchi bianchi sulla spiaggia, non ha saputo fare altro che dire: “Esprimo dolore per tante vite stroncate dai trafficanti di uomini, esigiamo il massimo di collaborazione dagli Stati di partenza e di provenienza”. Sarebbe stato meglio tacere. Non tanto. Ventiquattro ore per risistemare le idee, onorare il lutto, riprendere fiato e provare a uscire dalla propaganda.

Invece Palazzo Chigi esige. Alza la voce, perché quello lo sa fare bene. Sbraita e batte i pugni come ragazzini. Rivendica l’amor patrio, l’intangibilità dei confini, il rispetto della nostra storia e tutta l’arcinota enciclopedia del prima gli italiani. Facciamolo pure, da uomini e donne cristiani (non suona ridicolo?). Esigiamo. Ma da chi?

Dai talebani dell’Afghanistan? Dai banditi libici e turchi? Dagli ayatollah iraniani che torturano e ammazzano le donne per una ciocca di capelli che esce dal velo? Andiamo a parlare con loro? Gli diciamo: “Scusate fratelli, potreste fare un filo in più di attenzione con questi straccioni in fuga dalla dittatura, dalla guerra, dalla violenza, dai terremoti, dagli sconvolgimenti climatici e persino, pensa che impudenti, dalla povertà?”.

Bella idea. Chissà perché non ci aveva pensato nessuno. Stupidi noi, stupidi tutti. Che da anni aspettiamo l’accordo definitivo del buonsenso. Quello che dice: regoliamo i flussi e ciascun governo delle nazioni felici si fa carico della sua parte. Organizziamo campi di accoglienza in Libia e in Turchia. Parliamo coi capitribù, i rais, i capi di Stato e convertiamo i dittatorelli e gli aguzzini di ogni latitudine, rivediamo Dublino, aiutiamoli a casa loro e festa finita.

Le soluzioni non mancano. Non sono mai mancate. Magari, a essere incomprensibilmente ottimisti, un giorno (tra molti decenni e un numero tanto incalcolabile quanto irrilevante di migranti disossati nei viaggi della speranza) tutto questo smetterà di essere solo un autoassolutorio, inutile, stucchevole, farisaico esercizio retorico e magicamente funzionerà.

Nel frattempo che cosa facciamo? Mentre Von der Leyen chiede di raddoppiare i nostri sforzi (qualunque cosa voglia dire) e Bruxelles si interroga su come, e dove, alzare trumpianamente altri muri, l’Italia si accanisce con le Ong, con le Geo Barents e le Sea Watch (che la Sorella d’Italia si riprometteva di affondare in un memorabile tweet), perché è ovvio che se vanno per mare cercando quegli scappati di casa, quegli scappati di casa avranno un motivo in più per lasciare le loro porcilaie.

Puniamo questi finti profeti di speranza, questi comunisti trinariciuti, questi buonisti di pessimo conio, queste ingenue anime belle, questi speculatori camuffati da San Francesco, e tra una legge sui rave party e un condono travestito, impediamo loro di prendere il largo, multiamoli, allontaniamo i loro porti di approdo. Allora vedi come cambiano le cose. E invece le cose non cambiano. Non possono cambiare. Anche se governa la destra più destra di sempre. Se fa la voce grossa. La faccia dura. La gente scappa. Che ci piaccia o no. E rischia di morire, perché è sempre meglio che fare finta di vivere. Benedette le Ong. Benedette davvero.

La verità, e basterebbe avere il coraggio di dirlo, è che al di là di quegli idealisti che prendono il mare, a noi elegantissima gente perbene non piacciono i diversi, i fragili, i profughi, quelli che non ce la fanno, non piacciono gli arabi, i nordafricani, i neri. E i pakistani e gli afghani li apprezziamo solo sulle fotografie del National Geographic. Per non parlare dei siriani, che ci fanno pena quando se li inghiotte un terremoto o se si spiaggiano sulle coste greche col profilo bambino di Aylan Curdi. Ve lo ricordate Aylan? Il corpo minuscolo, la faccia bianco latte spiaccicata sulla battigia, la risacca che gli bagna i capelli, la maglietta rossa a scoprire la schiena, le mani rovesciate, i pantaloncini blu, le ciglia lunghe a modellare palpebre chiuse per sempre?

Quanto ci hai fatto piangere Aylan, con la tua innocenza? Quanto è stato inutile. Continuiamo a guardare questa massa di disperati con la stessa curiosità che un aristocratico del Settecento aveva per i suoi servi e di questo naufragio calabrese parleremo per qualche giorno ancora, poi tutto sarà come prima, peggio di prima. Sarà semplicemente come se quei cento esseri umani, quei bambini, quei neonati, non fossero mai esistiti. E in fondo è davvero così.