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di Errico Novi


Il Dubbio, 5 novembre 2019

 

L'ex procuratore di Roma torna a far valere la sua visione su Mafia Capitale, il togato Csm chiede limiti alla sentenza della Consulta sul 4bis: valutazioni che incidono sulla già scarsa fiducia nel sistema.

Non è un bel momento per la giurisdizione. In particolare non lo è per la magistratura, scossa con violenza dal caso Palamara, ma ancor più dall'effetto boomerang del processo mediatico: è tale la supremazia della giustizia virtuale rispetto a quella reale che quando le sentenze (o le mere ordinanze cautelari) non corrispondono alle aspettative del "pubblico", i giudici rischiano il linciaggio.

È avvenuto per esempio in processi per reati di violenza sessuale (a Roma) come per controverse vicende qual è stata la strage del Bus sul viadotto della Napoli-Bari. Adesso, se in un momento del genere magistrati della straordinaria levatura di Giuseppe Pignatone e Nino Di Matteo avanzano pur misuratissimi (almeno nel primo caso) distinguo su pronunce altrui, si rischia di veder ancor più compromessa la fiducia dell'opinione pubblica.

L'ex procuratore di Roma è tornato ieri dalle colonne della Stampa a rivendicare la propria visione su Mafia Capitale, con un non del tutto diradato margine di pur legittima divergenza dialettica dalla sentenza della Cassazione e da quella del Tribunale. Il togato del Csm Di Matteo avanza forti riserve, neanche tanto implicite, sulla decisione della più alta delle Corti che il nostro sistema giuridico conosca, ossia la Consulta: nel suo intervento di domenica a "Mezz'ora in più", intervistato da Lucia Annunziata, ha espresso il suo favore per una legge che limiti la decisione sull'ergastolo ostativo, quanto meno per i capimafia.

Non solo, perché il pm che ha sostenuto in primo grado l'accusa al processo sulla "trattativa" è arrivato a esprimersi su una vicenda tutt'altro che ininfluente rispetto al giudizio d'appello, ossia la condanna inflitta a Marcello Dell'Utri per aver mediato fra i boss e Berlusconi. Farlo proprio mentre il giudice di secondo grado deve valutare se Berlusconi sia stato vittima consapevole di un "ricatto mafioso" persino nella veste di Capo del governo non è il massimo del distacco, per un magistrato.

Pignatone e Di Matteo sono due grandi inquirenti. Hanno tratti diversi, ma lo stesso enorme peso. Sanno che le loro parole hanno un rilievo non comune. Le loro valutazioni dubitative (dialettiche, è meglio dire per Pignatone, ma a volte addirittura assertive nel caso di Di Matteo) sono tutt'altro che irrilevanti rispetto alla fiducia nella giurisdizione.

Il consigliere Di Matteo, in particolare, è davvero sicuro che, se un magistrato esprime "massimo rispetto" per una pronuncia della Consulta ma auspica comunque che il Parlamento la integri in modo da scongiurane effetti devastanti, non si accresca nell'opinione pubblica una pericolosa sfiducia nei confronti dell'intero sistema?

Il punto è che è proprio lo squilibrio fra la giustizia mediatica e l'assai più indebolita giustizia dei Tribunali ad alimentare la diffidenza dei cittadini. Non si può ignorare il problema, anche perché la tenuta della giurisdizione quale sistema per definire, in diritto, ogni possibile contrasto è una delle architravi che reggono l'intera democrazia.

Se s'incrina quel contrafforte, rischia di franare l'intera architettura civile che ci siamo dati. E a picconare provvedono populismi di ogni genere. Il cuore del pericolo è nella possibilità che tra i cittadini cresca l'idea di un allarme permanente. L'incubo per una giustizia - sociale, penale - troppo debole per fronteggiare il nemico. Sia quando quest'ultimo ha le fattezze della corruzione sia se si tratta di mafia.

E invece lo scatto che può ravvivare la coscienza civile contro ogni deriva e ogni qualunquismo è la serena fiducia nella giustizia come baluardo che respinge ogni minaccia. E ancora, è essenziale che si diffonda un'altra consapevolezza: ossia che lo Stato, come dicono i radicali, non ha alcun bisogno di emulare la "terribilità" dei più feroci criminali. Ma che può garantire persino a loro una prospettiva di recupero, persino a chi è stato condannato all'ergastolo ostativo per mafia o terrorismo. Così come è giusto considerare prezioso un sistema composto da tre gradi di giudizio, a volte estenuante nel sottoporre la verità processuale a una verifica così lunga, eppure capace di distinguere l'Italia come cattedrale del diritto.

Come il luogo in cui a costo anche di percorsi più faticosi l'accertamento giudiziario è accompagnato da ogni possibile garanzia, e lo Stato attende con tenacia di poter dare giustizia, senza mai ricorrere a binari alternativi neppure per il più tremendo dei nemici, perché se ne considera in ogni caso incomparabilmente più forte.