di Maurizio Ambrosini
Avvenire, 3 giugno 2026
L’omicidio alla stazione Certosa di Milano e getta nuove ombre sui giovani di origine straniera. In alcuni casi i giovani sono stati coinvolti in progetti di aggregazione educativa e la pace tra bande è stata stipulata. L’omicidio alla stazione Certosa di Milano, ancora da chiarire sotto il profilo dei moventi, getta nuove ombre inquietanti sui giovani di origine straniera: questa volta non i maranza con radici nordafricane, né i presunti islamisti, ma una pandilla sudamericana, sebbene non si sappia ancora precisamente quale. Anche la vittima tuttavia aveva origini sudamericane: era un tranquillo lavoratore, insieme al fratello e a un amico, dopo aver accompagnato a casa il padre.
È come se fosse lì a ricordarci che l’equivalenza tra immigrazione giovane e violenza variamente motivata ingigantisce i casi aberranti, trascurando la maggioranza pacifica e silenziosa. Spesso inoltre le vittime della violenza prevaricatoria sono altri giovani di origine straniera. Forse colpiti per errore, o capitati per caso nel luogo sbagliato al momento sbagliato.
Sappiamo ancora poco dei responsabili dell’agguato, ma possiamo trarre dagli studi sull’argomento alcuni spunti conoscitivi sulle aggregazioni di strada dette pandillas. Si tratta di fenomeni sfaccettati, in cui illegalità e violenza si mescolano con rivendicazioni identitarie e capacità aggregative nei confronti di giovani mal integrati nel nuovo contesto di vita, soprattutto maschi adolescenti. Alcune, come i Latin King, come lo stesso nome testimonia, non sono nate in America Latina, ma in un carcere statunitense. Da lì hanno elaborato simboli d’identificazione e rituali di appartenenza: monili, colori, musica prediletta, regole di mutua assistenza, testi di riferimento, prove d’iniziazione. L’appartenenza a una minoranza stigmatizzata è rovesciata in orgoglio identitario, e contrapposta a una società escludente.
La pandilla diventa una sorta di famiglia vicaria, per chi cresce in contesti di emarginazione, di disgregazione o di scarso sostegno da parte della famiglia naturale: tra di loro i Latin King si chiamano “fratellino” e “sorellina”. In bilico tra violenza e socialità, attività illegali e aiuto reciproco, scontri con altri gruppi e frequentazione degli spazi urbani, hanno assunto fisionomie diverse: a New York e Barcellona sono stati coinvolti già da molti anni in progetti di aggregazione educativa, i loro leader sono diventati educatori, la pace tra le pandillas è stata stipulata. A New York disponevano persino di un cappellano. A Genova una ventina di anni fa un progetto analogo, condotto dall’università e dal Centro studi Medì, aveva posto fine agli scontri.
La pace però può non essere definitiva: arrivano nuovi giovani, magari già con trascorsi problematici, i problemi d’integrazione e di riuscita scolastica si ripresentano, la povertà si riproduce e talvolta si aggrava. A Milano alcuni pezzi delle pandillas sono stati oggetto di ripetuti interventi repressivi, con arresti e condanne, non essendo riusciti ad affrancarsi da pratiche criminali e azioni violente, anche mortali. Il riaffiorare del fenomeno ci avverte però che la repressione dell’illegalità è necessaria, ma non basta. Come non basta gridare allarmi senza proporre soluzioni. Se vogliamo costruire un futuro di convivenza pacifica e di coesione sociale dobbiamo farci carico della componente più fragile e minoritaria della popolazione giovanile, italiana, straniera, mista o naturalizzata.
Nel caso specifico, significa contendere il terreno alle pandillas violente, offrire ai giovani a rischio delle alternative di lavoro, sostegno scolastico, sport, aggregazione, socialità. Se non ci fossero gli oratori, bisognerebbe inventarli, con nuovi don Bosco per le strade alla ricerca dei ragazzi sbandati. E di altri presìdi di pace e aggregazione abbiamo bisogno, specialmente nei quartieri poveri e tra i giovani che la scuola non riesce a trattenere e l’economia ad assorbire.










