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di Giusi Fasano

Corriere della Sera, 11 novembre 2024

Il quindicenne che ha ucciso la fidanzatina di tredici. È lui che ha imparato e scelto la violenza, è il mondo attorno a lui che ha ignorato, trattato male o coltivato il suo crescendo di aggressività. Ci siamo dimenticati in fretta di Aurora. Un volto come un altro da archiviare nell’elenco dei femminicidi. Il più classico dei casi: lei non ne può più di quel ragazzo prevaricatore e violento, vuole lasciarlo; lui non sa come mettersi in tasca la paura di un addio e nella sua testa crescono i pensieri di vendetta, nei suoi piani c’è l’assedio, nelle sue parole trovano spazio le minacce. Fino all’irreparabile. A lui che la uccide. È una storia già sbiadita, quella di Aurora, morta a Piacenza il 25 ottobre. Eppure è una storia unica. Perché di ragazzine uccise purtroppo è piena la cronaca, come tutti sanno, ma non era mai successo che un’adolescente di 13 anni - 13! - finisse stritolata dal meccanismo possesso-gelosia-omicidio messo in moto da un quindicenne.

Quindici anni sono pochi per muoversi con disinvoltura nel territorio della violenza di qualsiasi genere. Ma sono straordinariamente pochi per gli atteggiamenti di aggressione fisica legati a una relazione intima. Questo quindicenne (ora in carcere) è stato visto da testimoni mentre dava pugni alle mani di Aurora che cercava disperata di tenersi aggrappata alla ringhiera del terrazzo da cui alla fine è volata giù. I testi descrivono una scena che sa di indifferenza emotiva agghiacciante e che, si è scoperto indagando, come sempre non veniva dal nulla all’improvviso. La vita di quell’adolescente era scandita dalla violenza. Una volta aveva dato fuoco a una roulotte, un’altra aveva aggredito un passante, un’altra ancora aveva puntato un paio di forbici contro una prof, in un bar aveva derubato un cliente.

Aurora aveva raccontato a sua madre che litigavano spesso, che lui era possessivo e la faceva soffrire. Ma, dice la signora, “mi illudevo che fossero problemi fra fidanzatini”. Molti pensano che la madre di lei abbia sottovalutato segnali evidenti. Ma se anche fosse, non sarebbe giusto farle portare la croce più pesante. È lui che ha imparato e scelto la violenza, è il mondo attorno a lui che ha ignorato, trattato male o coltivato il suo crescendo di aggressività. È lui che, pur giovanissimo, aveva addosso tutti i virus della violenza di genere e nessun anticorpo. La cosa giusta quindi è farsi domande su di lui e sui semi della violenza germogliati nella sua testa. La violenza degli uomini contro le donne, lo ricordiamo una volta di più, è un problema degli uomini.