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di Carla Chiappini*


Ristretti Orizzonti, 27 aprile 2020

 

Breve nota in merito alla deontologia professionale. Leggo e rileggo il pezzo di Lirio Abbate uscito la scorsa settimana su l'Espresso che dava notizia della concessione della detenzione (non credo gli arresti, visto che era già condannato e detenuto) domiciliare a Francesco Bonura condannato per associazione mafiosa a 23 anni e recluso al 41bis nel carcere di Opera.

Non desidero soffermarmi sulla visione giuridica del collega già ampiamente discussa ma mi chiedo - proprio dal punto di vista professionale - come sia stato possibile dimenticare di dire che alla persona in questione mancavano solo pochi mesi per terminare la pena e uscire in libertà. Non è una questione di poco rilievo e l'omissione condiziona pesantemente il servizio alla verità dei fatti che dovrebbe essere il primo obiettivo di un giornalismo sano e corretto.

Ora all'articolo 2, nel definire i fondamenti deontologici della professione, il Testo Unico dei doveri del giornalista approvato nel dicembre 2015 recita: il giornalista difende il diritto all'informazione e la libertà di opinione di ogni persona; per questo ricerca, raccoglie, elabora e diffonde con la maggiore accuratezza possibile ogni dato o notizia di pubblico interesse secondo la sostanziale verità dei fatti...

Ognuno è poi libero di pensare come vuole ma la sostanziale verità dei fatti non può essere adattata alle proprie convinzioni oppure omessa per banale negligenza. E se poi si cita Pippo Fava, come non dimenticare quel bellissimo articolo che segna la fine della direzione de Il Giornale di Sicilia in cui dichiara "Io ho un concetto etico di giornalismo...". Meriterebbe una rilettura attenta. E poi ognuno può continuare a pensare quello che vuole e anche a sostenerlo - naturalmente - ma solo dopo aver svolto con serietà il suo mestiere.

 

*Componente Consiglio di Disciplina Ordine dei Giornalisti Emilia-Romagna