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di Angiola Petronio

Corriere di Verona, 17 dicembre 2024

Battaglia legale sulle telecamere e ora spunta un nuovo testimone. Si chiamava Moussa Diarra, veniva dal Mali e aveva 26 anni, quel ragazzo che prima di quel giorno non aveva mai avuto problemi con la giustizia. Da qualche tempo aveva il male di vivere. Quello che si era innescato quando, scappando dal Mali, era finito in un campo in Libia dove è stato torturato e dove è morto uno dei suoi fratelli. A Verona aveva un lavoro regolare come bracciante, ma non aveva una casa. E quel rifugio dove dormiva, un immobile occupato chiamato Ghibellin Fuggiasco, sta per chiudere. Abbastanza perché Moussa quella domenica mattina di ottobre fosse in preda alla furia.

Avrebbe avuto due coltelli, Moussa. E li avrebbe branditi contro il poliziotto. A differenza di quanto accaduto a Padova, per Moussa non c’è stato prima l’uso dello spray urticante o del taser. Sono stati sparati quei tre colpi, due dei quali ad altezza d’uomo. Uno che ha forato la manica del giubbotto di Moussa. L’altro che l’ha colpito al cuore uccidendolo.

L’agente che ha sparato è indagato per eccesso colposo di legittima difesa. Le indagini sono state affidate alla stessa Polizia di Stato. Ma ad oggi non è chiaro quanto accaduto. E quei due coltelli non sono stati fatti vedere, neanche agli avvocati della famiglia di Moussa. Pochi giorni fa il procuratore capo Raffaele Tito ha diramato un comunicato in cui ha fatto il punto sulle riprese delle telecamere che fanno da corollario alla stazione di Verona.

Quelle che, in un primo momento, si era detto che sarebbero state fondamentali nell’accertare quanto accaduto. Con una, in particolare, che poi sembrava non avesse ripreso nulla. Il procuratore ha precisato che si tratta di quattro telecamere. Una, indirizzata sul piazzale che ha ripreso il momento di uno dei tre spari. Altre due, lontane dell’area, che hanno comunque registrato la sequela dei colpi e la caduta a terra di Moussa. E una telecamera all’interno della stazione che “pur apparentemente funzionando - le parole di Tito - non ha però registrato immagini”. Filmati che sono stati affidati alla polizia scientifica di Padova per migliorarne la qualità. Ma che non sono stati fatti finora visionare né ai periti e al medico legale di parte nè agli avvocati della famiglia di Moussa.

A Verona si è costituito il comitato “Verità e Giustizia per Moussa”. La senatrice di Avs Ilaria Cucchi ha presentato un’interrogazione. Ed è stata anche fatta, da un centinaio di cittadini, una segnalazione al Consiglio Superiore della Magistratura chiedendo “garanzie procedurali necessarie per rendere trasparente e massimamente credibile ad una opinione pubblica disorientata e perplessa, esposta quindi ad ogni sorta di manipolazione, l’accertamento della verità dei fatti”.

“Non c’è pericolo di inquinamento probatorio, quindi perché fare mistero di questi video?”, quanto chiesto pubblicamente dal comitato. Intanto dagli esami tossicologici è risultato che quella domenica mattina di ottobre Moussa non aveva assunto né alcol né droga. Potrebbe risultare positivo, invece, ai test farmacologici che richiedono più tempo, per l’uso che faceva da qualche tempo di antidepressivi. E su quanto accaduto quel 20 ottobre alla stazione di Porta Nuova potrebbe risultare fondamentale un testimone che avrebbe assistito a tutte le fasi che hanno portato alla morte di Moussa e che le due avvocate della famiglia di Moussa hanno chiesto venga sentito dagli inquirenti. Un testimone il cui racconto non combacerebbe con la ricostruzione dei fatti finora fatta dalla procura.