di Manuela D’Alessandro
agi.it, 8 giugno 2025
Intervista al giudice Giuseppe Gennari che afferma che la scienza non sempre aiuta nell’accertamento della verità. “I magistrati italiani non sono preparati a maneggiare i progressi della scienza, e il rischio è che finiscano ostaggio del sapere scientifico, determinando gravi ripercussioni sui diritti degli imputati e la credibilità del processo”. Giuseppe Gennari, giudice del Tribunale di Milano e autore di numerosi articoli e monografie sulla genetica forense pubblicati su riviste giuridiche internazionali, trae spunto dalla riapertura dell’indagine sul delitto di Garlasco per riflettere sull’arretratezza italiana in questo campo e sulle devastanti conseguenze.
Intanto, la risposta che sembra ovvia alla domanda se la scienza abbia favorito l’accertamento della verità giudiziaria non è così scontata dal suo punto di vista. “L’utilizzo esasperato dei dati scientifici può sortire esiti inconcludenti - spiega in un’intervista. In parte è vero che ha portato a dei miglioramenti: pensiamo al caso della perizia sbagliata nell’inchiesta su Amanda Knox, all’omicidio di Lidia Macchi o a quello di Simonetta Cesaroni. Tutte situazioni gestite in modo pessimo e poi riviste. Ma in generale possiamo dire che la scienza, anche solo tornando indietro di 5 anni, era paradossalmente più ‘sicura’ di oggi.
È vero che abbiamo dati molto più raffinati e solidi di quelli che avevamo prima. Prima per trovare del sangue su un coltello, era necessario che ce ne fosse una grande quantità, oggi ne puoi trovare anche in quantità infinitesimale. Poi però bisogna rispondere alla domanda: qual è il significato di quel dna? Pensiamo a quello di Sempio che sarebbe stato trovato sulle unghie di Chiara Poggi, è difficile attribuirgli un significato sensato. Abbiamo dati sempre più ‘esasperati’ ma non sappiamo come usarli”.
Una possibilità per dare significati più precisi a queste tracce invisibili ci sarebbe, ma in Italia è stata percorsa in casi che si contano sulle dita di una mano. “Ci sarebbe la rete baysiana, un modello probabilistico. In sostanza si costruiscono dei nodi concettuali come ad esempio: Sempio frequentava la casa della vittima? Trasferiva facilmente dna? Domanda quest’ultima da porsi perché c’è chi trasferisce più facilmente dna, chi meno.
Ci sono una marea di dati che vengono ignorati. A ognuna di queste domande si risponde ‘vero’ o ‘falso’ e poi un software ti dà risposte in termini di verosimiglianza. Ma questa rete è usata pochissimo. In tre casi: dal maggiore Christian Faccinetto del Ris, da Luciano Garofalo come consulente di parte e dal biologo Luca Salvaderi in un procedimento ancora aperto. Stop”. Gennari solleva poi un tema poco noto ma che, di fatto, pone al di fuori della legge la magistratura italiana, anche nel caso Garlasco.
“Da 20 anni esiste la legge istitutiva delle banche dati. Qualunque laboratorio che effettua della analisi sul dna deve essere accreditato e, per esserlo, devi vantare certi parametri, come una certa dotazione strumentale e metodologie che riducano il margine di errore. Il laboratorio di De Stefano, non era accreditato eppure nel 2014 c’erano già 3 laboratori che lo erano.
Questo ha minato la robustezza della sua perizia”. Lo studio del genetista Francesco De Stefano nel processo d’appello-bis stabilì che il materiale genetico sulle unghie di Chiara Poggi non era utilizzabile perché era deteriorato. Altro errore comune che segnala il giudice milanese è la maggiore fiducia che viene data alle strutture universitario rispetto ai privati.











