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di Vladimiro Zagrebelsky

La Stampa, 10 novembre 2024

Nell’esprimere solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente ungherese Viktor Orban ha dichiarato che non si può lasciare che i giudici decidano la politica migratoria dello Stato. E si è riferito in particolare alla Corte di giustizia dell’Unione europea, della quale una recente sentenza è stata posta a base di alcune decisioni dei giudici italiani. Si trattava della convalida del trattenimento di migranti per essere oggetto di una procedura semplificata di esame della richiesta di protezione internazionale, sul presupposto che provengono da Paesi sicuri. Se la procedura semplificata (un po’ alla svelta?) si conclude nel senso dell’esclusione del migrante dalla protezione che richiede, esso può essere espulso. La novità della restrizione nei centri in Albania riguarda l’applicazione della procedura semplificata riservata a migranti provenienti da Paesi dichiarati sicuri: se tali non fossero, sarebbe illegittima la “procedura albanese”.

La posizione espressa da Orban è importante per capire meglio cosa sia in gioco. Le insultanti sciocchezze su cui si attardano ministri ed esponenti della maggioranza di governo - che spiegano le decisioni negative dei giudici italiani con il fatto che si tratterebbe di giudici politicizzati, antigovernativi, comunisti - hanno come scopo ed effetto quello di nascondere il vero problema. Esso nasce dal rifiuto da un lato di rispettare l’indipendenza dei giudici nell’interpretare ed applicare la normativa vigente e dall’altro di accettare la regola dello Stato di diritto, che vuole che il contenzioso sui diritti sia deciso da giudici separati dal governo. A tutto ciò si aggiunge il rifiuto di ammettere che le leggi nazionali vengano disapplicate dai giudici quando siano in contrasto con le norme europee nelle materie per le quali gli Stati hanno assegnato competenza all’Unione. Come stabiliscono i Trattati, la prevalenza del diritto dell’Unione su quello nazionale è fondamento dell’Unione, che non potrebbe operare se ciascuno Stato andasse per la sua strada.

Nel diritto interno italiano gli stessi principi si fondano sugli articoli 11 e 117 della nostra Costituzione. Ne deriva l’obbligo dei giudici nazionali di applicare le norme europee e non quelle nazionali incompatibili. Oppure, quando vi sia dubbio, i giudici sospendono il giudizio e chiedono l’interpretazione della Corte di Giustizia. Essa, decidendo in modo vincolante per tutti gli Stati, assicura l’uniforme applicazione del diritto europeo. Si tratta del principio del primato delle norme europee. Che questa sia la questione sottostante le attuali polemiche è dimostrato dal fatto che proprio il primato delle norme europee è contestato dagli esponenti di due dei partiti della maggioranza, ovvero Lega e Fratelli d’Italia.

I giudici, sia quelli nazionali, sia la Corte di Giustizia dell’Unione applicano le norme create degli organi legislativi di ciascun ordinamento. Si dice che, nel caso dei migranti condotti in Albania, i giudici italiani hanno seguito la decisione dei giudici dell’Unione (questo è quello che Orban e i suoi simpatizzanti trovano intollerabile) ed è vero. Ma non si considera che la sentenza della Corte di Giustizia corrisponde a quanto prevede la Direttiva 2013/32. Con essa il Parlamento e il Consiglio europei hanno stabilito che, considerando l’applicazione della legge nazionale in un sistema democratico e la situazione politica generale, un Paese di origine del migrante è ritenuto sicuro se si può dimostrare che non ci sono generalmente e costantemente violazioni dei diritti e delle libertà previsti da una serie di atti internazionali e dalla Convenzione europea dei diritti umani, né vi si pratica tortura o trattamenti disumani, né vi è pericolo a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. La Corte di giustizia europea ha affermato che tali condizioni di sicurezza di un Paese sono escluse se sono inesistenti anche solo in una parte del Paese. Quest’ultima ipotesi verrà in futuro eliminata da una nuova norma dell’Unione, che però è stato stabilito entri in vigore dal giugno 2026.

Con la norma che ancora non c’è la designazione di Paese sicuro potrà essere effettuata anche escludendo parti del suo territorio o considerando solo specifiche categorie di persone. Con il ricorso pregiudiziale alla Corte di Giustizia, i giudici chiedono se siano conformi alla normativa europea le norme italiane sulla definizione di Paese sicuro, applicabili nei diversi casi dei migranti che si oppongono alla procedura semplificata. Si tratta di un rimedio del tutto fisiologico nel sistema del quale l’Italia ha scelto di far parte come Paese fondatore dell’Unione. Se la resistenza politica ad accettare le conseguenze del primato del diritto europeo dovesse andar oltre il solo attacco politico che ora subiscono i giudici, coerenza vorrebbe che si dicesse chiaramente che non si accetta più la condizione fondamentale per l’appartenenza all’Unione europea.