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di Paolo Delgado

Il Dubbio, 1 settembre 2026

Quando si parla “misteri del caso Moro”, dossier che ha ormai assunto le dimensioni di una biblioteca di Babele, bisognerebbe distinguere tra piano penale e storico. Sul primo è certamente possibile che sussistano ancora elementi opachi o oscuri. Fuor di metafora, è possibile che alcune persone coinvolte nell’azione, brigatisti regolari o più probabilmente fiancheggiatori, siano sfuggiti alle maglie della giustizia. Non ci sarebbe nulla di sorprendente e a suo tempo Mario Moretti ammise apertamente che alcuni particolari erano ancora ignoti e che i brigatisti non ne avevano mai parlato per evitare nuovi arresti. Questi particolari, se esistono, modificherebbero parzialmente il quadro penale senza incidere su quello storico.

Da questo punto di vista, l’unico rilevante perché solo a questo si allude parlando di “misteri” nel sequestro del presidente della Dc, la mole di volenterose controinchieste, rivelazioni a raffica puntualmente dimostratesi inconsistenti, commissioni parlamentari di inchiesta una via l’altra per non parlare di numerosi processi non hanno mai fatto emergere nessun elemento sostanziale tale da revocare in dubbio la verità storica acclarata: Aldo Moro fu rapito e ucciso dalle Brigate rosse, secondo una decisione maturata all’interno dell’organizzazione. Nessuna indagine ha finora dimostrato l’esistenza di una regia esterna o di una complicità dello Stato nell’operazione.

Gli “indizi” accampati per sostenere questa tesi sono privi di spessore e a essere molto generosi tirati per i capelli. Ripercorriamo molto rapidamente almeno i principali. Una leggenda metropolitana sempreverde sostiene che del commando facesse parte anche un ovviamente misterioso elemento esterno alle Br e particolarmente addestrato. La prova: su 93 colpi circa 49 provenivano da un solo mitra. Il superkiller, inoltre, avrebbe aperto il fuoco dal lato opposto, rispetto alle auto di Moro e della scorta, a quello da cui sparavano i quattro brigatisti travestiti da avieri. Dei quattro mitra di cui disponeva il gruppo di fuoco però tre si incepparono e questo spiega sia la disparità nel numero dei colpi sparati dalle singole armi. Dei 49 bossoli che la prima perizia attribuì a un solo mitra, soltanto sette proiettili furono individuati sul corpo di Iozzino: un dato che non basta certo a trasformare chi impugnava quell’arma in un infallibile killer professionista: il killer professionista era meno preciso dei già maldestri dilettanti, tanto che la sua arma è fra tutte le meno micidiale. L’ipotesi delle sventagliate di mitra sparate da due lati è a dir poco improbabile date le probabilità in quel caso molto elevate di colpirsi a vicenda.

La presenza di una Honda con due terroristi a bordo è uno dei misteri più frequentemente citati nel corso dei decenni. L’effettiva presenza della moto è incerta. Il principale teste, Alessandro Marini, dichiarò infatti che i due avevano sparato su di lui colpendo il parabrezza del suo motorino, nel quale però non ci sono tracce di quei colpi. Ma anche ove la presenza della famosa Honda fosse dimostrata, neppure il più vago indizio autorizza il sospetto che non si trattasse appunto di due brigatisti di rincalzo mai individuati

L’ipotesi che fosse stata parcheggiata apposta in quel punto, naturalmente dai servizi, l’automobile Mini Clubman che ostacolò parzialmente le manovre di Domenico Ricci, autista dell’auto con Moro si è dimostrata completamente priva di fondamento. La presenza in via Fani, tra la folla radunatasi dopo l’attentato, di un uomo somigliante all’affiliato alla ‘ndrangheta Antonio Nirta è un po’ poco per immaginare un coinvolgimento della mafia calabrese. La presenza con la moglie in via Stresa del colonnello Guglielmi, che non era allora del Sismi anche se sarebbe entrato in seguito a far parte del servizio, ha poco senso: non si capisce bene cosa dovesse e soprattutto fare Guglielmi “nella vicinanza” di un’azione durata pochissimi minuti. Senza contare la contraddizione per cui i servizi avrebbero appoggiato, supportato anzi diretto dietro le quinte le Br ma senza fornir loro armi moderne al posto delle anticaglie in dotazione al commando, che infatti si incepparono quasi tutte.

Il principale mistero del caso Moro è perché tanti si ostinino a sfidare il rasoio di Occam cercando di sostituire le ipotesi più cervellotiche e improbabili a quelle più evidenti, lineari, coerenti con la parabola brigatista, confermate dai dati certi. Le Br rapirono Moro perché nella loro “propaganda armata” ritenevano che ciò avrebbe moltiplicato la loro popolarità nella base operaia del Pci e perché era coerente con il loro “attacco al cuore dello Stato”. Erano male armati ma avevano messo a punto un piano efficace modellato in buona parte sul sequestro Schleyer da parte della Raf in Germania, di pochi mesi precedente. Soprattutto disponevano del fattore sorpresa. Il caposcorta maresciallo Leonardi, pur molto esperto e prudente, si aspettava un possibile attacco ma non di quel tipo. Il percorso era sostanzialmente sempre lo stesso. Gli uomini della scorta erano armati, ma l’effetto sorpresa, la posizione delle armi automatiche e l’assenza di un’auto blindata impedirono una reazione efficace. Soltanto Iozzino riuscì a uscire dall’Alfetta e a sparare due colpi. Via Fani fu solo l’inizio dei 55 giorni e della interminabile catena di presunti misteri. Ma anche quelli, se analizzati, sono della stessa categoria. Inconsistenti.