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di Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 21 febbraio 2026

Le indagini svolte senza pregiudizi ma anche senza sconti dalla Procura con i poliziotti della Squadra mobile, colleghi dell’indagato, stanno capovolgendo ciò che sembrava all’inizio. In partenza, sulla scorta delle concordanti dichiarazioni di cinque agenti e dei primi rilievi, nessuna tragedia più di quella di Rogoredo sembrava “evidente” legittima difesa di un poliziotto, davanti a uno spacciatore che in un controllo antidroga gli stesse per sparare con la pistola in mano poi rivelatasi sfortunatamente solo una arma a salve. Tanto che dal governo, nei giorni del decreto legge (ancora non in vigore) che introduce appunto la non iscrizione nel registro degli indagati quando appaia “evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione” come la legittima difesa, Rogoredo era stato subito elevato a prova provata dell’ingiustizia di far passar al poliziotto una superflua via crucis giudiziaria. 

“Poi si è scoperto che la pistola era a salve, ma il poliziotto è stato indagato per omicidio volontario - si era indignata la premier Meloni a fronte invece della (a suo avviso) mancata contestazione a Torino del reato di tentato omicidio per i martellatori del poliziotto -. Questo doppiopesismo di certa parte della magistratura ci rende difficile essere efficaci nella difesa dei cittadini”. “Imputare di omicidio volontario un ragazzo che si difende di notte, nel bosco della droga, a trenta metri, a fronte di un’arma puntata contro di lui, è qualcosa di vergognoso per un Paese civile”, aveva aggiunto il ministro dell’Interno, Piantedosi. “Io sto col poliziotto - aveva rincarato il ministro Salvini -, avanti con la tutela legale”.

Ora, invece, l’irrazionalità del decreto legge è dimostrata proprio dal caso di Rogoredo, dove quelle ritenute superflue indagini - svolte senza pregiudizi ma anche senza sconti dalla Procura con i poliziotti della Squadra mobile, colleghi dell’indagato - stanno poco a poco disvelando una dinamica completamente diversa: a partire dall’incredibile ritardo di 23 minuti nel far soccorrere un uomo agonizzante a terra, passando per le iniziali bugie e reticenze che gli altri agenti hanno cominciato a correggere e spiegare, e per finire con la sconvolgente eventualità (ancora tutta da verificare proprio per non cadere nello stesso ma opposto pre-giudizio) che lo spacciatore non fosse armato ma che la pistola gli sia stata messa accanto dopo, per simulare a posteriori un concreto pericolo alla base della supposta legittima difesa del poliziotto. Una parabola istruttiva, che per il futuro dovrebbe far rimeditare alla politica l’opportunità di tacere sui fatti di cronaca prima che ne siano accertati i contorni.