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di Cataldo Intrieri

linkiesta.it, 2 novembre 2026

Il garantismo non consiste nel difendere le idee degli imputati, ma i loro diritti, anche quando quelle idee risultano detestabili. La lezione di Giorgio Bocca ai tempi dell’inchiesta contro Toni Negri resta attuale: prima vengono le garanzie e le sentenze, poi i giudizi politici e morali. Linkiesta si è già occupata del caso Youssef Siher con gli articoli di Mario Lavia, Marco Taradash e Carmelo Palma. Ne sono emersi con chiarezza i problemi di legittimità e di costituzionalità della vicenda: un fermo reso possibile soltanto da un’aggravante terroristica difficile da sostenere e una contestazione che sfiora il confine della libertà di manifestazione del pensiero.

La reazione scomposta e inaccettabile della presidente del Consiglio Giorgia Meloni non sorprende. L’atteggiamento aggressivo dell’esecutivo conferma che, già dalla stagione del referendum sulla giustizia, poi bocciato dagli elettori nel marzo scorso, lo scopo della premier e del suo governo era sottomettere la magistratura, o almeno renderla controllabile, come una protesi della propria azione politica.

Il nervosismo con cui Meloni ha accolto il rifiuto della convalida mostra quanto sia insopportabile, per questo governo, un giudice che fa semplicemente il suo mestiere: verificare se un’accusa regge. La magistratura non è vissuta come un contrappeso, ma come un potere antagonista. Gli avvocati delle Camere penali, i liberaloni, vedove e vedovi inconsolabili del grave lutto del 21 marzo, dovrebbero versare qualche lacrima in meno e porre qualche riflessione in più.

La decisione della gip milanese è un esempio di come dovrebbe funzionare la giurisdizione, secondo la migliore cultura garantista. La giudice ha ritenuto che i post e i comunicati dell’indagato, per quanto aspri, non fossero concretamente idonei a provocare delitti; che il pericolo di fuga fosse costruito su dati neutri; che la finalità di terrorismo richieda un’offesa di dimensioni “macroscopiche”, come ha stabilito la Corte costituzionale, e non il generico clima di paura seguito ai disordini.

Si può discutere nel merito e la Procura potrà impugnare. Ma questo è il terreno del processo, non quello immaginifico dei video della presidente del Consiglio, così pericolosamente simile, in queste esternazioni, al suo ex modello di riferimento, Donald Trump. Come nel ritratto di Dorian Gray, Meloni deperisce nella veste di statista e si ringiovanisce in quella di populista eversiva.

Per capire compiutamente la portata del caso Siher e di altre vicende simili che sicuramente si manifesteranno nei tempi difficili che ci attendono, e i rischi di una giustizia gestita sotto la pressione dell’emergenza e della politica, conviene ricordare un precedente che dovrebbe essere ben presente a chiunque si occupi di questi temi: il processo 7 aprile.

Il 7 aprile 1979, un anno dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, il sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero fece arrestare in tutta Italia i principali esponenti dell’Autonomia operaia: tra gli altri, Toni Negri, docente di dottrina dello Stato a Padova, Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo, il giornalista Giuseppe Nicotri e un gruppo di docenti e assistenti di Scienze politiche. Due noti intellettuali come Franco Piperno e Lanfranco Pace, che aveva svolto un ruolo di trait d’union tra Partito socialista e Br all’epoca del sequestro, sfuggirono alla cattura.

L’inchiesta, passata alla storia come “teorema Calogero”, era ambiziosa: Potere operaio prima e l’Autonomia poi non sarebbero stati soltanto movimenti radicali, ma il volto legale di un’unica organizzazione eversiva, con un solo vertice che legava i gruppi armati dell’Autonomia alle Brigate Rosse. I “cattivi maestri”, i professori che predicavano l’illegalità di massa, ne sarebbero stati il cervello. Le accuse erano le più gravi dell’ordinamento: associazione sovversiva, banda armata, insurrezione armata contro i poteri dello Stato. A queste si aggiunsero singoli fatti di sangue, fino al sequestro Moro.

Molte accuse crollarono presto. A Negri fu addirittura attribuita la telefonata con cui le Br annunciarono alla famiglia Moro l’imminente esecuzione: si accertò che la voce non era la sua. Ma intanto i giornali avevano titolato “Scoperti ed arrestati gli assassini di Moro”. Nel frattempo, gli imputati restavano in carcere. Le leggi d’emergenza, varate dopo gli arresti, furono applicate per allungare una custodia cautelare già abnorme. Nel rapporto del 1983, Amnesty International rilevò che dodici imputati avevano trascorso quasi cinque anni in prigione in attesa di giudizio. Il giudice istruttore di Padova Giovanni Palombarini ridimensionò le accuse, distinguendo l’Autonomia dalle Br, e con Calogero si aprì uno scontro durissimo.

L’inchiesta fu divisa in due tronconi. A Roma, nel 1984, il pubblico ministero chiese l’ergastolo per Negri, ma rinunciò all’accusa di insurrezione armata: il cuore del teorema era già caduto. In primo grado, Negri, nel frattempo eletto deputato radicale e fuggito in Francia, fu condannato a 30 anni, Scalzone a 20, Vesce e Ferrari Bravo a 14. L’8 giugno 1987 la Corte d’assise d’appello rovesciò il quadro: Negri a 12 anni, per banda armata e concorso morale nella rapina di Argelato; assolti Vesce, Ferrari Bravo, Alberto Magnaghi, Paolo Virno e altri; Nicotri assolto con formula piena. La Cassazione, nel 1988, confermò.

A Padova, la bocciatura fu ancora più netta. Il 30 gennaio 1986 la Corte d’assise assolse Negri e i suoi professori: 47 assoluzioni, circa 200 anni di pena contro i 525 chiesti da Calogero. Furono condannati invece gli autori delle violenze che avevano insanguinato la città, dalle aggressioni ai docenti alla gambizzazione di un giornalista. I giudici separarono le responsabilità morali da quelle penali.

Il bilancio finale è eloquente. Tra i dodici principali leader dell’Autonomia, sette furono assolti e cinque condannati a pene molto inferiori alle richieste. Nessun legame con le Br e con il sequestro Moro fu dimostrato. Alcuni imputati, come Vesce e Ferrari Bravo, avevano trascorso più di cinque anni in carcere per accuse dalle quali furono poi assolti. Luigi Ferrajoli lo definì “un prodotto perverso di tempi perversi”; anni dopo, perfino Francesco Cossiga, il ministro delle leggi speciali, parlò di Negri come della prima vittima delle “deviazioni dei giudici”.

Il processo segnò anche lo storico divorzio tra la sinistra di governo e le ragioni del garantismo. Il Pci di Enrico Berlinguer, che non voleva nessun nemico a sinistra, sposò il teorema e condannò duramente, sin dal primo giorno, i gruppi degli antagonisti autonomi. Fu in quella temperie che si rafforzò il legame tra il partito e la magistratura, che dura ancora oggi e impedisce un vero dialogo tra la sinistra e i garantisti.

Tra i critici più tenaci del 7 aprile e dell’atteggiamento del Pci ci fu il grande giornalista Giorgio Bocca, che non provava alcuna simpatia per gli imputati, ma nel 1980 aveva denunciato il metodo dell’inchiesta in un libro, “Il caso 7 aprile. Toni Negri e la grande inquisizione”, e per anni aveva attaccato l’uso dei pentiti e le richieste dell’accusa. Il 9 giugno 1987, all’indomani della sentenza d’appello che smantellò il “teorema di Calogero”, firmò su Repubblica un fondo intitolato “Quei maestri della violenza”:

“Chi ha seguito negli anni la vicenda con volontà di capire pensa che questa sentenza sia dettata dalla ragione e che sia consona a uno Stato di diritto. Ma chi scrive si sente da essa liberato dagli impegni del garantismo e può dire che questi uomini e il loro modo di far politica gli sono sempre risultati estranei e qualche volta odiosi. Cancellate le più patenti ingiustizie e persecuzioni nei loro riguardi, può rimanere il giudizio negativo su un gruppo di intellettuali che credette di poter fare la mosca cocchiera della grande contestazione, che usò i privilegi, le astuzie, le complicità della cultura per restare a lungo arrogantemente minaccioso e impunito […] Perché diciamo che questa sentenza è ragionevole e consona a uno stato di diritto? Perché mette fine all’inquisizione fantapolitica, vagamente indiziaria, manichea, che si è illusa di esorcizzare gli anni di piombo con le condanne in massa, con le demonizzazioni globali […] Una tesi globale, un affresco omnicomprensivo, una cappella Sistina con il suo giudizio universale sul terrorismo”.

In queste righe c’è un’intera teoria del garantismo che potremmo definire “bifasico”. Finché il processo è in corso e i diritti sono in pericolo, difendere le garanzie è un dovere civile, qualunque cosa si pensi dell’imputato. Solo quando il processo si è esaurito e ha stabilito la misura delle responsabilità penali, si torna liberi di esprimere il giudizio politico e morale, anche il più severo. La stessa regola vale, del resto, per chi ha già trasformato l’indagato in un simbolo: neppure l’assoluzione si pronuncia prima del processo. È lo Stato di diritto. Bocca impiegò otto anni a liberarsi degli “impegni del garantismo”. Oggi c’è chi vorrebbe farne a meno dal primo giorno.