di Andrea Amata
Il Tempo, 1 marzo 2020
La Camera dei Deputati ha convertito in legge il Decreto legge "Intercettazioni" facendo prevalere il modello con l'occhiuto Grande Fratello ad ispezionare il privato dei cittadini italiani. In sostanza si inserisce nella legislazione la subcultura giustizialista dei Cinque Stelle estendendo l'utilizzo dei trojan, i captatori informatici da infiltrare nei telefonini o nei dispositivi portatili, peri reati contro la pubblica amministrazione commessi dai pubblici ufficiali e dagli incaricati di pubblico servizio.
Un range di intercettabili generico ed ampio che avrà l'effetto di frenare l'attività amministrativa su cui incomberà l'inquietudine di essere esplorati da occhi invadenti. Il sistema di intrusione informatico era circoscritto ai crimini che procurano un alto allarme sociale come quelli attinenti alla malavita organizzata e al terrorismo, mentre con la norma che disciplina l'uso delle intercettazioni si dilata la possibilità di origliare le conversazioni e di scrutare le immagini detenute negli archivi personali dei suoi titolari.
Il Cavallo di Trojan dei giustizialisti è stato installato nella legislazione italiana per penetrare le difese della privacy, equiparando i reati, fra loro ineguali nella gerarchia della pericolosità, per la captazione delle informazioni.
Il diritto alla riservatezza giustifica una sua compressione dinanzi alla tutela della sicurezza nazionale che autorizza l'intercettazione dei colloqui fra soggetti indiziati per crimini di terrorismo e mafia, ma consentire di utilizzare dispositivi intrusivi per una estesa platea potenziale significa rinunciare a quei criteri selettivi che mantengono inalterata l'integrità della nostra civiltà giuridica.
Inoltre, sono stati evidenziati i limiti tecnici dei trojan, in fase di perfezionamento, che non assicurano l'integrità della documentazione censita e non escludono azioni illecite di pirateria per immettere nel telefono inquisito indizi falsi inducendo in errore l'autorità giudiziaria. La filosofia barbara dei grillini, distruttiva delle garanzie di uno stato di diritto, viene celebrata in una legge che ritiene l'innocente in carcere un danno collaterale e sacrificabile per la loro idea pacchiana di giustizia.
A differenza delle intercettazioni ambientali, che sono vincolate ai luoghi in cui si consuma il delitto, i trojan pedinano l'imputato con una sorta di guinzaglio elettronico che ne sorveglia ogni espressione, anche di intimità, risultando un dispositivo eccessivamente invasivo che solo i reati di stampo mafioso e di terrorismo rendono accettabile.
I fenomeni corruttivi nella pubblica amministrazione vanno perseguiti con rigore e inflessibile severità, ma estendere i captatori informatici ai sospettati di reati contro la Pa con le connesse fughe di notizie, che catalizzano la gogna mediatica delle intercettazioni pubblicate sui giornali, anche di quelle irrilevanti sul piano penale, equivale a consegnare le carriere amministrative alla disponibilità delle Procure.
Il giurista Cesare Beccaria, considerato uno dei padri fondatori del diritto penale, affermava che "Ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall'assoluta necessità è tirannico". Quale necessità soddisfa l'autorità di una legge, peraltro imposta da una rappresentanza parlamentare non più rappresentativa del Paese, che autorizza a violare i confini che delimitano la proprietà sacra della propria libertà espressiva?
Nessuna, se non quella di appagare la vocazione manettara di una minoranza politica che andrebbe resa innocua con libere elezioni, superando la "quarantena democratica" che ne ha isolato per il momento la volontà.









