di Rosaria Manconi
La Nuova Sardegna, 15 luglio 2024
In un memorabile discorso alla Camera dei Deputati nell’anno 1904 Filippo Turati aveva definito il carcere “il cimitero dei vivi”, la rappresentazione plastica della esplicazione della vendetta sociale nella sua forma più atroce, persino meno pietosa della morte per mano del carnefice, perché lenta, inesorabile, consapevole. Lui, che le carceri le aveva conosciute e vissute da prigioniero politico, aveva gridato tutto l’orrore per quella esperienza dolorante di prigionia, invocando interventi e commissioni di inchiesta. Sono passati centoventi anni da quella denuncia ma nulla o poco è cambiato, certo non in meglio, e di sicuro le galere non sono diventate quei piacevoli circoli ricreativi evocati dall’immaginario collettivo.
Al contrario il sistema penale e penitenziario si è inasprito, la popolazione carceraria è aumentata ed è sovrabbondante rispetto alla capienza effettiva delle strutture, le condizioni di vita sono sempre inumane e prive di dignità. Inimmaginabili per chi non le ha sperimentate.
Eppure basterebbe chiudere gli occhi ed essere capaci di immedesimarsi nelle esistenze difficili dei reclusi. Catapultarsi idealmente dentro un qualsiasi istituto penitenziario del nostro Stato, in una cella qualsiasi: pochi metri quadrati, colma di oggetti, indumenti, brande in condivisione con altri sconosciuti, gelida d’inverno e torrida d’estate, priva di spazi di movimento e di privacy, impregnata di sudore, umidità, odore di cibo e urina in una combinazione che pervade. Dentro il bagno condiviso dove si potrà fare la doccia solo una volta alla settimana con l’acqua spesso fredda e con la tazza collocata proprio accanto alla cucina.
In quella cella con annesso servizio si dovrà stare rinchiusi per almeno 22 ore al giorno, in ozio forzato, in un tempo fermo, alienante, fatto solo di attese: una telefonata ai familiari, l’ora d’aria in pochi metri quadrati sotto il sole o la pioggia, i colloqui con le persone care. Un tempo infinito scandito dai rumori delle porte che sbattono, dalle chiavi che chiudono, dalla conta, dai passi delle guardie lungo i corridoi. Un tempo che tradisce i sensi, mortifica il corpo e crea smarrimento. Mentre la solitudine si fa insopportabile e così la promiscuità, la mancanza di intimità, la privazione degli affetti, la violenza, il distacco dal mondo. Tutto così tanto doloroso da annullare la speranza fino a che il futuro appare come un buco nero, la vita perde senso e prevale la consapevolezza di essere solo uno scarto umano.
A quel punto la morte sembra essere l’unico modo per cancellare se stessi e il dolore che lacera, e per togliere il disturbo alla Società. Che di fatto ha già dimenticato quel corpo estraneo avendolo relegato in uno spazio impenetrabile. Lontano dagli occhi e dalle coscienze.
Dopo avere realizzato tutto questo non sarà più necessario chiedersi perché i suicidi in carcere siano venti volte superiori rispetto a quelli fuori le mura, né sforzarsi di ricercare motivazioni e soluzioni. Già chiare ma ignorate, al meglio sottovalutate, ipocritamente sfiorate con provvedimenti legislativi nei quali la parola suicidio non viene mai menzionata, nonostante sia la prima causa di morte nei penitenziari.
Perché in fondo si sa che per fermare questa strage infinita basterebbe, ad esempio, evitare la carcerazione dei malati psichiatrici o invalidi, valutare i fattori di rischio al momento dell’ingresso nella struttura, garantire cure adeguate, spazi vitali, programmi trattamentali, affettività, maggiori contatti con la famiglia e con il territorio, limitare la detenzione ai reati più gravi, impedire la marginalità, garantire umanità, rispetto e dignità nella esecuzione della pena. E adottare, nell’urgenza, provvedimenti di clemenza idonei ad arginare il sovraffollamento. Troppo? No, il minimo. La Costituzione imporrebbe maggiori obblighi.
E noi che, come direbbe De Andrè, ci crediamo assolti ma siamo lo stesso coinvolti e sentiamo sulle nostre coscienze il peso di queste morti - ad oggi 55 detenuti e sei Agenti addetti alla sorveglianza - abbiamo il dovere di sollecitare la politica, impedire l’anestetizzazione delle coscienze ed evitare che cali il silenzio su questa inarrestabile conta.









