di Chiara Saraceno
La Stampa, 7 agosto 2026
Durissimo il giudizio di Antigone nel Rapporto sulle carceri di metà anno: irrigidimento dei regimi penitenziari, aumento del numero di persone sottoposte a sorveglianza particolare, abuso nell’uso dell’isolamento, scoraggiamento “irrimediabile” della collaborazione con la comunità territoriale, reinterpretazione della vita in carcere come vita in cella, trasformazione degli agenti di Polizia penitenziaria in custodi che devono aprire e chiudere le stanze, militarizzazione della vita interna, progressiva erosione del potere dei direttori di carcere. Si è “chiuso il carcere al mondo esterno e chiuso i detenuti in celle (spesso affollatissime, malmesse e a volte putride) senza speranza di uscita”. Il tasso di affollamento medio è del 139,1%.
Ma vi sono 73 istituti penitenziari in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, 8 quelli in cui ha superato il 200%. Solo in 48 istituti su 102 visitati da Antigone quest’anno era garantita una superficie calpestabile di almeno 3 mq per persona. Vi sono celle senza riscaldamento, o senza acqua calda, celle in cui il wc è nello stesso ambiente in cui si cucina.
In molte carceri mancano, o sono gravemente inadeguati, spazi comuni per la socialità, per il lavoro, non è possibile fare attività sportive. I regolamenti carcerari, nonostante le norme scritte che dovrebbero essere uniformi, sembrano regolati dall’arbitrio, che si tratti di ciò che si può tenere in cella o della procedura da seguire per le visite. Carcere che vai, norme di fatto che trovi. È forse l’unico potere discrezionale lasciato ai direttori di carcere, avendogli tolto, o ridotto, quello sostanziale di costruire occasioni di integrazione e alleanze con la comunità circostanza. Solo il 9,8% dei detenuti era coinvolto in corsi di formazione professionale, mentre il 27,7% frequentava corsi scolastici.
La popolazione detenuta adulta continua a crescere non perché siano di molto aumentati i nuovi ingressi, quanto perché è aumentata la durata delle pene. Ciò dipende da diversi fattori: un irrigidimento delle stesse con i vari decreti sicurezza, la diminuzione, netta nel 2025, delle misure alternative come l’Affidamento in prova ai servizi sociali e la detenzione domiciliare. Ha un ruolo anche il circolo vizioso creato dalle condizioni incivili e disumane, dalla mancanza o insufficienza di attività educative, sportive, culturali, lavorative, che provoca reazioni che possono facilmente portare ad un aggravamento della pena. Mentre crea le proprie occasioni di reato, il carcere, visto l’approccio pressoché esclusivamente punitivo ben al di là del restringimento della libertà, riproduce anche sistematicamente la propria popolazione: il 59,2% dei detenuti non è alla prima esperienza di detenzione e il 13,3% ha esperienze carcerarie plurime. Ciò significa anche che chi, per lo più giovane, entra in carcere per la prima volta si trova a convivere con una maggioranza di persone “esperte” che, in mancanza di attività, rapporti, alternative, rischiano di costituire l’unico riferimento significativo.
Particolarmente drammatica è la situazione delle carceri minorili, dove il numero dei detenuti è aumentato a seguito del decreto Caivano, che, oltre ad aumentare i reati, ha anche ridotto le attività con l’esterno e le possibilità di ricorrere all’istituto della messa alla prova, avviando una progressiva assimilazione della giustizia minorile a quella adulta in versione esclusivamente punitiva. Con buna pace delle finalità di rieducazione e prevenzione delle recidive e nessun miglioramento della sicurezza tanto evocata per legittimare questo nuovo approccio.









