di Francesca Mannocchi
La Stampa, 22 aprile 2023
Il futuro fa paura nel 2050 un miliardo di persone potrebbe essere sfollato a causa di disastri naturali. Lo scorso anno l’Unione Europea ha registrato il più alto numero di arrivi dal 2015, l’anno della rotta balcanica. L’anno del ritorno dei muri in Europa.
L’anno, ancora, che ha messo la pietra angolare a un processo di esternalizzazione dei confini e subappalto del controllo delle frontiere di cui oggi quell’Europa che voleva proteggersi da un nemico inesistente è diventata vittima, spesso ricattata e messa sotto scacco da regimi autocratici cui ha delegato in cambio di soldi i pattugliamenti del mare nostrum.
Gli uomini e le donne si muovono, è la storia dell’umanità, è il destino dell’umanità. Ma a forza di difendersi, l’Europa si chiede poco e male chi sono queste nuove persone migranti e perché i numeri stanno aumentando così velocemente. Questo perché, ad esempio, i governi non sanno riconoscere cosa stia lentamente e inesorabilmente generando la crisi climatica.
I numeri cui assistiamo oggi sono parte di un movimento di rifugiati climatici senza precedenti. Sappiamo davvero chi e quanti sono? E ancora, sappiamo quanti e quali cambiamenti ci richiede questa inedito flusso di vite in fuga?
Secondo l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, dal 2008 ogni anno 21 milioni di persone sono state costrette a lasciare il posto in cui vivevamo a causa di inondazioni, tempeste, dell’innalzamento del livello delle acque e a causa delle temperature estreme.
Negli ultimi 30 anni, il numero di persone che vivono nelle zone costiere ad alto rischio di innalzamento del livello del mare è passato da 160 milioni a 260 milioni, il 90% dei quali proviene da Paesi poveri in via di sviluppo e piccoli stati insulari. Pescatori le cui vite sono state sommerse dalle acque, agricoltori e pastori le cui terre non esistono più, comunità rurali spazzate via dalle tempeste e dai cicloni, milioni di persone in cammino dai bordi di Paesi che si stanno erodendo verso città e centri urbani che diventano sovrappopolati.
Se questi sono i numeri preoccupanti del presente, le previsioni per il futuro sono spaventose: entro il 2050 un miliardo di persone potrebbe essere sfollato a causa di disastri naturali. Riconoscere il cambiamento climatico, riconoscerne l’impatto e le numerose conseguenze, significa cominciare anche a chiederci se abbia ancora senso definire queste vite “migranti climatici”, se non sia più opportuno, soprattutto giusto, considerarli rifugiati al pari di chi è in fuga dalle guerre. Soprattutto perché la quasi totalità dei Paesi così radicalmente colpiti dalla crisi climatica contribuisce e ha contribuito in quantità irrilevante alle emissioni di gas serra che hanno ammalato il pianeta.
Nel marzo 2018, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, rilevando che molti rifugiati climatici non potessero rientrare nella definizione burocratica di “rifugiati”, li ha definiti “le vittime dimenticate del mondo”. Significa che non godono delle protezioni, delle tutele legali di cui per statuto godono i rifugiati in fuga da guerre, torture, persecuzioni. Per modificare questa condizione bisognerebbe ripensare, modificare la Convenzione di Ginevra del 1951, bisognerebbe ridefinire il perimetro delle tutele sulla base delle prospettive presenti. Equivarrebbe a riconoscere un diritto ma anche una responsabilità. Quella di chi ha contribuito di più alla crisi del clima verso chi, pur avendo contribuito marginalmente, soffre senza avere protezione.
Ecco dunque che la nuova fase che stiamo vivendo ci impone un cambiamento urgente di condotta climatica e di lessico. Inquinare meno, chiamare i sofferenti per nome. Su entrambe le cose siamo in forte ritardo.










