di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 11 luglio 2021
Il collasso. L'Afghanistan sta rapidamente precipitando nel baratro di un conflitto civile: il peggiore degli scenari, forse più nefasto di una vittoria dei talebani. Gli americani hanno accelerato il ritiro, costringendo anche gli alleati della Nato ad anticipare la partenza, e lasciano un vuoto che neppure l'offensiva del movimento coranico è in grado di occupare. Il Paese si sgretola, aprendo la strada alla resurrezione dei signori della guerra. Ogni giorno nasce una nuova milizia, con il ritorno sulla scena dei comandanti che trent'anni fa guidarono la resistenza contro i sovietici e poi hanno combattuto i talebani. Vecchi condottieri mujaheddin come Ismail Khan, Abdul Rashid Dostum, Gulbuddin Hekmatyar stanno chiamando alle armi i loro fedeli e prendono posizione in città chiave come Herat, Mazar-I-Sharif e nella stessa capitale. Altri capi tribali ostili all'etnia pashtun mettono in campo forze di autodifesa mentre ci sono segnali di una ripresa della branca locale dell'Isis nella regione nord-orientale.
"Rischiamo di ripetere la situazione degli anni Novanta - ha profetizzato il generale Nick Carter, comandante della Difesa britannica - dove dominerà la mentalità dei signori della guerra e molte delle istituzioni più importanti, come le forze di sicurezza, si divideranno secondo linee tribali o etniche. Se accadrà, i talebani controlleranno parte del Paese ma non tutto l'Afghanistan". La stessa preoccupazione espressa da Austin Miller, il generale a cui il Pentagono ha affidato la gestione della ritirata statunitense.
Perché questo scenario fa tanta paura? Ogni fazione cercherà una potenza straniera che la sostenga. Oggi Dostum, l'uomo che nell'ottobre 2001 accompagnò i commandos americani nella celebre carica a cavallo contro i talebani, lancia i suoi proclami dalla Turchia, nazione che potrebbe prendere il controllo dell'aeroporto di Kabul. Hekamatyar guida un partito islamico, sospettato di legami con l'Iran. Anche Ismail Khan in passato è stato protetto da Teheran e oggi i suoi tajiki guardano anche alla Russia. E non a caso Mosca ha intensificato i contatti con altri signori della storica Alleanza del Nord, più vicina alle sue frontiere. Il governo del presidente Ghani oltre al sostegno degli Usa nell'ultimo periodo si è avvicinato all'India. I talebani contano sul Qatar e hanno rapporti controversi ma forti con il Pakistan, che è il principale alleato della Cina.
Insomma, l'Afghanistan rischia di diventare una copia del Libano anni Settanta, con tanti eserciti che combatteranno per sé e per conto terzi. E con tante basi terroristiche. I signori della guerra cercheranno di finanziarsi con traffici di droga, estorsioni e rapimenti, azzerando le realtà imprenditoriali e commerciali nate nel Paese in questo ventennio. E tutti tenteranno di ottenere il sostegno sul campo di truppe esperte, mercenari o guerriglieri. Al Qaeda si impose al fianco dei talebani proprio offrendogli denaro e veterani per andare all'assalto di Kabul. Nelle valle di Surabi - pacificata quindici anni fa dagli alpini italiani - sono ricomparsi i killer di Lashkar-e-Taiba, attiva nel Kashmir e protagonista del terribile assalto a Mumbai del 2008 che provocò 175 morti. E l'Isis, sorta all'improvviso nel Nord grazie ad appoggi mai chiariti, cerca di fare reclute promettendo di creare presto un "Califfato d'Afghanistan".
Nel giro di mesi, le vallate afgane potrebbero popolarsi di campi d'addestramento e centrali operative, dove pianificare attentati in tutto il mondo praticamente senza correre rischi. Pechino, Mosca, Teheran, Nuova Delhi e persino Islamabad sono molto preoccupate per questa minaccia, che potrebbe riversare il terrore nei loro confini: i pachistani stanno velocemente completando una barriera sulla frontiera afgana, un reticolato lungo più di duemila chilometri con sensori per controllare i movimenti e fortini presidiati da commandos. Ma anche l'Occidente ha da temere. In tutto il Paese non resterà una sola struttura della Nato e non ce ne saranno più nemmeno negli Stati confinanti. L'intelligence americana non avrà più uomini sul campo, né alleati affidabili: potrà contare soltanto su droni spia e aerei da ricognizione basati a migliaia di chilometri di distanza. Insomma, quello che sta accadendo sotto i nostri occhi è la nascita di una colossale sorgente di instabilità globale. Di cui rischiamo di pagare le conseguenze per decenni.











