sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Alessandro Trocino

Corriere della Sera, 11 ottobre 2025

Se ce ne fosse bisogno, arrivano due notizie - nascoste, neglette, ignorate dai più - che ci raccontano il carcere e che riguardano la capitale d’Italia, Roma, e l’ex capitale morale, Milano. La prima è il crollo di una parte di tetto di Regina Coeli. Un pezzo di soffitto di un metro per un metro è precipitato per 20 metri, proprio là dove ogni giorno passano centinaia di detenuti e agenti. Nessun ferito, nessun morto, ma chiaramente non era quello lo scopo del disegno celeste: era un segnale simbolico, un avvertimento, una metonimia divina che annunciava la frana del sistema, il collasso di un modello ideologico, morale ed edilizio. Il sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, ha risposto prontamente da par suo, assertivo, in maniera maschia si sarebbe detto nel Novecento: “L’istituto è in sicurezza sotto tutti i profili”. Tutti. Anche perché, se così è in sicurezza, se non lo fosse probabilmente sprofonderebbe negli inferi.

Non è escluso che succeda visto che, come ricordava oggi Adriano Sofri sul Foglio, ogni 100 detenuti di capienza regolare ce ne sono 180, e quegli 80 potrebbero sprofondare in qualche abisso piranesiano o, più prosaicamente, potrebbero morire di inedia, di rabbia o di soffocamento.

Si può morire anche in altro modo in carcere, c’è tutto un ventaglio di opzioni: oltre che per impiccagione, per inalazione di bombolette da gas, per le botte ricevute, per i fantomatici “motivi da accertare”, che mai saranno accertati. Ieri - ed è la seconda notizia di cui si parlava - si è aggiunta una categoria, non nuova, ma che stupisce sempre: si muore per droga.

I giovani scapestrati si drogano, dicono i genitori perbene, perché vivono per strada, perché non hanno nulla da fare, perché frequentano cattive compagnie. In questo caso, due requisiti su tre combaciano: i detenuti non hanno nulla da fare (negli spazi comuni dove potrebbero fare qualcosa ora arriveranno i prefabbricati); e frequentano compagnie davvero poco raccomandabili, salvo che non possono fare altrimenti, visto che i coinquilini e i vicini di condominio glieli assegnano d’ufficio. L’unica condizione che non corrisponde è che non vivono per strada, ma giorno e notte in “camere di pernottamento” (sì, le celle) grandi tre metri per tre, se va bene.

Dunque nel vetusto carcere di San Vittore (ascolta la puntata dedicata di Radio Carcere) è successo che tra ieri sera e questa mattina si sono trovati due cadaveri: un detenuto, pare, morto per abuso di oppiacei; l’altro, pare, per emorragia gastrica. Altri tre detenuti sono messi parecchio male e sono ricoverati. Una coincidenza, certo. Perché nelle carceri non circolano stupefacenti, vero?

La domanda è retorica, naturalmente. Perché, come diceva un ex detenuto in una chat in queste ore, “il carcere è la piazza di spaccio più grande d’Italia” (e uno dei posti più criminogeni del Paese). E come dice sempre quel benemerito che è l’ex direttore di San Vittore, Luigi Pagano, ora garante milanese: “Il sistema carcerario in Italia oggi è illegale”.

E l’illegalità alligna dove c’è il buio, l’oscurità, la mancanza di trasparenza. Su quest’ultimo punto, il nostro sistema è un’eccellenza assoluta: nulla si sa, nulla trapela, nulla si può vedere. Solo qualche dato sparso, fornito periodicamente dal Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dichiarazioni stentoree di sottosegretari e “piani carcere” del ministro Carlo Nordio, che ne fa uno ogni sei mesi e poi sparisce fino al successivo. Piani che, naturalmente, rimangono sempre e solo sulla carta. Intanto, mentre il sistema crolla, mentre i detenuti muoiono, “si indaga”.