di Paolo Festuccia, Francesco Grignetti
La Stampa, 28 ottobre 2026
Dopo la collaborazione i testimoni si trovano la liquidazione congelata. La rivalsa delle Entrate nasce per far fronte al danno erariale dei processi. C’è un grande problema che incombe sui pentiti di mafia, così serio da far saltare il sistema, ma nessuno sembra preoccuparsene. O forse no, qualcuno al ministero dell’Interno è consapevole del rischio. Ma non se ne vede lo sbocco. Accade, infatti, che molti collaboratori di giustizia, al termine di lunghi anni in cui sono vissuti sotto falso nome, lontano da casa e dai guai, dopo aver accusato i vecchi complici nei processi, aiutati economicamente tutti i mesi dal Viminale, escano dal circuito di “protezione”.
E fin qui è normale. Non è normale, però, che la “liquidazione” prevista dalla legge e dal contratto di collaborazione che firmano al momento in cui sono ammessi nel programma di protezione, venga congelata per un’incredibile rivalsa dell’Agenzia delle Entrate. La quale a sua volta è costretta a muoversi così perché ci sono altre leggi da rispettare. E i collaboratori, insomma, si ritrovano di colpo soli, senza soldi, senza casa, con le famiglie a carico, a vedersela con il Moloch della burocrazia.
La materia è complicatissima. Banalizzando al massimo: lo Stato accumula un debito nei confronti di chi viene condannato e sconta una pena. Chiede il conto delle spese legali sostenute per il processo oppure delle spese di mantenimento in carcere. Al momento opportuno, si attiva l’Agenzia delle Entrate. Un condannato qualsiasi, però, anche il maggiore dei boss mafiosi, di regola risulta nullatenente. È dunque si tratterebbe di un’ennesima farsa.
Ma l’Agenzia delle Entrate si è però accorta che i collaboratori di giustizia qualche soldino ce l’hanno. Sono quelli stanziati dal Servizio centrale di protezione. E a quel punto li chiede indietro. Val la pena avvertire che al 31 dicembre 2024 (ultimi dati ufficiali) erano 3.090 le persone protette, di cui 707 collaboratori di giustizia e 54 testimoni, cui si aggiungono 2.134 familiari di collaboratori e 195 familiari di testimoni. I numeri stanno calando per via di molte fuoriuscite e di minori entrate nel sistema.
Racconta l’avvocatessa Adriana Fiormonti, che tutela molti collaboratori di giustizia e sta dando battaglia per essi: “È una situazione kafkiana. I collaboratori sono persone che a un certo punto hanno creduto nello Stato, rompendo con il passato in maniera totale e aiutando la giustizia. Ma di colpo lo stesso Stato gira la testa da un’altra parte e il ministero dell’Economia gli scatena addosso l’Agenzia delle Entrate”.
Tutto ruota attorno a una legge che per molti anni non era stata utilizzata. Fino ad ora. E non se ne esce. Scrive infatti il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nell’ultima Relazione al Parlamento sul tema: “Tenuto conto dell’impossibilità da parte del Servizio di disporre pagamenti in favore di soggetti gravati da debiti pubblici ai sensi dell’articolo 48 bis del D.P.R. 29 settembre 1973, n.6025, il consesso, al fine di non negare sic et simpliciter un fondamentale strumento di reinserimento socio-lavorativo, ha preferito informare preventivamente i potenziali destinatari dei provvedimenti in parola della condizione ostativa riscontrata”.
Dietro il cauto gergo ministeriale, c’è la presa d’atto di una impasse. La “condizione ostativa riscontrata” è questa: i soldi della liquidazione finale non arrivano, e se arrivano, l’Agenzia delle Entrate pretende che siano utilizzate al massimo per comprare un appartamento (ma che sia intestato al collaboratore) perché in un secondo momento potrebbe richiedergli il famoso debito erariale e del caso pignorargli la medesima casa che lo Stato gli ha permesso di comprarsi.
La legge del 1973 è cieca, infatti. Quel debito erariale può nascondere una montagna di multe non pagate, o di tasse accumulate, o di spese varie sostenute dallo Stato. Nessuno si è posto il problema che il caso del pentito di mafia è ben diverso. Dice sempre l’avvocatessa Fiormonti: “Davanti al Tar ho contestato che queste azioni di rivalsa non tengono conto di molte cose. Si presenta il conto di alcune spese e basta. E allora guardiamoli meglio questi conti: dove sono conteggiati i miliardi che lo Stato ha incamerato con i sequestri di beni ai mafiosi? Non c’erano i pentiti, a monte, già nelle indagini, e poi durante i processi a formare la prova che hanno permesso le sentenze di condanna e anche di confisca di beni?
E poi ci sono questioni di diritto più tecniche”. Sempre sintetizzando al massimo, diciamo che l’avvocatessa, che sta aprendo la strada a molti altri suoi colleghi, ha vinto davanti al Tar e perso a metà davanti al Consiglio di Stato, che a sua volta ha rinviato il tutto davanti al giudice civile. “E di questo passo andremo fino in Cassazione”, annuncia. “Perché io i miei non li abbandono su una strada. E che dovrebbero fare? Tornare al paese dove li aspettano i mafiosi? Rimettersi a delinquere? Sono persone disperate. Ma lo faccio anche perché io ci credo nel sistema dei collaboratori. Sono uno strumento fondamentale per la lotta alla mafia. Se si sparge la voce che lo Stato ti molla, addio nuovi collaboratori. Qualcuno vuole questo esito?”.
Al momento, sta vincendo l’Agenzia delle Entrate. Quando si stipulano i nuovi contratti di collaborazione, i pentiti devono accettare che le somme della liquidazione finale servano “all’estinzione totale e/o parziale del debito erariale” oppure “alla stipula con l’Agenzia delle Entrate di un accordo di restituzione rateale del debito stesso”. Intanto si spera di modificare la legge. Al ministero dell’Interno è in gestazione una proposta di modifica legislativa “che prevede, in favore dei collaboratori di giustizia, l’esonero dall’obbligo di pagamento delle spese di giustizia relative ai processi per i reati oggetto del rapporto collaborativo, oltre che dall’obbligo di rimborso all’erario delle spese di mantenimento negli stabilimenti di pena”. Vedremo se arriverà in tempo.









