di Donatella Stasio
La Stampa, 2 novembre 2024
È vero, esiste una questione di confini. Sono i confini della nostra democrazia, costituzionale, antifascista, pluralista, europeista, quella che ci hanno consegnato le madri e i padri costituenti, dopo gli orrori del potere assoluto del fascismo e del nazismo. I suoi confini, nettissimi, vanno presidiati e difesi da chi non li rispetta perché, di fatto, non li vede, non li sente come suoi ma li vive come altro da sé, e perciò li forza, li riscrive, li indebolisce. Butta il sasso e poi nasconde la mano, provoca e poi fa la vittima, manipola e confonde per imporre la propria narrazione, e intanto, erode quei confini. È quanto sta facendo, da due anni, la destra di governo, in modo sotterraneo ma più spesso ostentato, per non dire sfrontato, provocatorio, quasi a voler rivendicare una discontinuità con quella democrazia fondata sull’antifascismo, che vuole i poteri separati e limitati e che tutela i diritti di tutti e a tutti dà voce. Siamo di fronte a una visione del potere e ad un’azione politica molto diverse, e perciò preoccupanti, pericolose, addirittura angoscianti per chi ha a cuore la democrazia costituzionale e vuole difenderne i confini dall’invasione degli “stranieri”, ovvero, le destre di governo.
Stranieri in patria, potremmo definirli. E dobbiamo cominciare a chiamare le cose con il loro nome, se vogliamo capire e provare a confrontarci, sebbene siano tempi difficili per il confronto. Stiamo ai fatti. Se esistesse nella nostra classe dirigente politica una sincera “mentalità costituzionale”, non avremmo assistito, in occasione del mancato trattenimento di 12 migranti in Albania, all’ennesimo attacco frontale contro i giudici da parte della premier e del suo cerchio magico, politico e mediatico. Non avremmo ascoltato da alti esponenti della maggioranza e delle istituzioni parole inaudite come: “I giudici devono aiutare il governo” e, siccome non lo fanno, bisogna “cambiare la Costituzione”, a partire dalla separazione dei poteri.
Se questa maggioranza avesse una vera “mentalità costituzionale”, non spaccerebbe per “collaborazione istituzionale” la pretesa di avere giudici allineati, afasici, apatici, ubbidienti, invisibili, né spaccerebbe per “opposizione politica” la funzione contro-maggioritaria degli organi di garanzia - Corti costituzionali e giudici indipendenti - ma la accetterebbe in quanto funzione naturale di “limite” all’esercizio del potere politico, proprio a garanzia di chi il potere non ce l’ha.
E per contestare le decisioni dei giudici, seguirebbe la strada prevista dall’ordinamento, quella delle impugnazioni, e la critica sarebbe civile, non delegittimante con tanto di gogna mediatica. Se dietro l’azione politica della maggioranza ci fosse una vera “mentalità costituzionale”, non sentiremmo dire che non esiste il primato del diritto europeo rispetto a quello interno e che i giudici non possono disapplicare la legge nazionale.
Sono i “fondamentali” di uno Stato costituzionale di diritto. Se chi governa li possedesse, non ostenterebbe il proprio ostruzionismo verso le sentenze della Consulta (fine vita, diritti dei figli arcobaleno, diritto dei detenuti all’affettività, doppio cognome ecc): sentenze che restano lettera morta, senza alcun tipo di “sanzione”, sebbene con quell’ostruzionismo si stia violando il giudicato costituzionale, che ha la stessa forza di una legge, e si stiano calpestando diritti fondamentali riconosciuti: i cittadini hanno “quei” diritti ma non possono esercitarli perché alla maggioranza non piacciono.
Altro che golpe dei giudici! Il pensiero va alla Polonia, quando il precedente governo, per vanificare le sentenze della Corte costituzionale, ricorse all’espediente di non pubblicarle sulla Gazzetta ufficiale, facendole sparire, rendendole di fatto inesistenti.
Infine (ma si potrebbe proseguire), se le destre non fossero “straniere in patria”, l’elezione parlamentare del giudice costituzionale mancante da un anno (mercoledì il nono voto) non sarebbe stata gestita, dalla premier in persona, come se la Corte fosse cosa sua, rivendicando pubblicamente (questo il dato politico nuovo rispetto al passato) la propria prerogativa “di dare le carte”, senza mai far sedere l’opposizione al tavolo da gioco per condividere un passaggio importante della vita democratica del paese; né avremmo assistito - dopo un anno di melina per poter arrivare a ridosso della scadenza di altri tre giudici, a dicembre, in modo da confezionare un “pacchetto” di quattro - a un vero e proprio blitz della premier per imporre il “suo” giudice, “forte” dei numeri ottenuti, nottetempo, grazie ai cambi di casacca politica; blitz fallito ma “venduto” dalla propaganda come la “risposta responsabile” della premier al richiamo lanciato a luglio dal Presidente della Repubblica...
Insomma, assistiamo alla continua esibizione di un potere muscolare, assoluto, che criminalizza il dissenso e addirittura istiga alla delazione i medici di fronte a bimbi nati da maternità surrogata; che crea improbabili reati universali ma nega i diritti universali, come quelli dei figli arcobaleno riconosciuti anche dall’Europa.
Un potere che, provocatoriamente, forza le regole per potersi poi scagliare contro chi, quelle regole, ha il dovere di ristabilire, poter gridare al golpe giudiziario e spostare i confini della democrazia. Così è stato con il Tribunale di Roma che ha affermato il primato del diritto europeo su quello nazionale e così sarà con altri giudici che diranno la stessa cosa anche dopo il decreto “paesi sicuri” o con la Consulta quando smonterà alcune delle leggi approvate in questi due anni forzando i confini della Costituzione. Ecco perché questo non è il solito scontro tra politica e giustizia, ma una partita più grave, che riguarda la difesa dei confini dei nostri spazi di libertà e di democrazia.











