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di Luigi Abiusi

Il Manifesto, 3 ottobre 2025

Cinema Con “Elisa”, ancora nelle sale, il regista ha affrontato un passaggio che si riflette nelle nuove ambientazioni. Il film mette in luce i gesti e le espressioni di una colpa senza motivo apparente. Un Di Costanzo raggelato, rigoroso; un cinema scarnito, anche estenuato (da canonici ingombri di figure e di dialoghi, messi di solito a garanzia della narrazione, ora invece silente, latente) quello di Elisa, puntellato da musiche gelide, graffianti, di un post-rock all’insegna di arpeggi metallici, e di cui la protagonista è perfetto correlativo soggettivo: Barbara Ronchi che sembra seguire una metrica intima, fatta di gesti, espressioni, parole monche, dettati da un senso di alienazione, lo sgomento costante, da uno stridore, cigolio acceso nei recessi più nascosti della coscienza.

Passato in concorso alla Mostra di Venezia, Elisa è ancora in sala e merita un’attenzione particolare non solo per questi elementi formali, ma anche per il presupposto, il cosiddetto tema, certo scomodo, da cui parte, cioè l’umanizzazione del “mostro”, che potrebbe tenere a distanza lo spettatore meno smagato (ma è un rischio che Di Costanzo fa bene a correre in nome di un umanitarismo estremo) quando non gli susciti proprio un rifiuto, simile a quello manifestato da Laura (Valeria Golino) che, nella struttura narrativa del film, lo rappresenta, lo simbolizza, incarna lo spettatore, appunto, seduto in una sala in penombra, che guarda il film Elisa.

Si tratta di distinguere, come dice il giurista Alaoui nella sua lezione in apertura del film, il criminale che non sa di esserlo (per ignoranza, mancanza d’etica, per un’ottusità radicata nell’ontologia della storia, forse anche della stirpe), che pensa di non aver fatto nulla di male e invece ha linciato dei ragazzi di colore, li ha uccisi, mettendosi anche a favore di camera, entro un panorama che vede ergersi il chiaroscuro spettrale di due figure impiccate; da chi al contrario sa del proprio crimine, dell’entità di questo male, e per questo si carica di colpe assolute, corrosive, che risalgono il corso della coscienza muovendo da una zona ctonia, terrifica, da un Es graffiato, urticato, tanto da pensare che quel crimine, quel male sia la chiave di volta della propria natura. Ecco, il film di Di Costanzo mette in immagini quest’imo della psicologia ferita, anzi devastata di Elisa, incaglio di coscienza, di umanità; e mostra il tentativo del disincaglio, del ripristino di una qualche forma di salute, perché magari questa donna ammaccata, questa coscienza segnata da una colpa insoffribile, possa anche solo pensare di continuare a vivere, camminare, salire su un bus, traguardare un orizzonte slavato, muto.

“Elisa” è la dimostrazione cinematografica, la messa in scena della tesi del professor Alaoui, per cui dietro un delitto così efferato risiede un tipo di umanità che va fatto emergere perché la responsabilità si attagli al colpevole, se no resterebbe solo il delitto, l’abominio senza senso. La frase precisa di Alaoui recita “la responsabilità del colpevole va ricercata nella sua umanità”, che è il viatico di un carotaggio, di un’ispezione delle profondità labirintiche e scure dell’animo di Elisa, in una Svizzera invernale, taciturna, casolari spogli dentro un carcere di boschi, interni alienanti, come il bar in cui lavora la ragazza, cieli bianchi, sibilanti.

Mi viene in mente l’ambientazione (sempre svizzera) di un film dimenticato per quanto interessante, uscito nel 2002 per la regia di Silvio Soldini, Brucio nel vento, in cui risuonava il vuoto degli sfondi, dei lacerti di cielo, gli stessi, come il riflesso metallico di un baratro disperato, presenti in Elisa. Da qui allora risale in superficie, sulla superficie dell’Io la paura in quanto tratto umano riesumato: peso schiacciante e deliquio, sofferenza allucinatoria, stordente che ha causato il crimine, al punto che si potrebbe dire che Elisa sia propriamente un film sulla paura e sulle sue conseguenze.

“La paura mangia l’anima”, avvertiva Fassbinder, ed Elisa allora è come fagocitata dall’ansia, dal senso di responsabilità fattosi morbo, frastuono; schiacciata dalla paura del fallimento, della vergogna, cioè dalla paura di non valere nel giudizio altrui, quindi dal terrore di non esistere, se si pensa che l’esistenza di qualcuno derivi dal giudizio dell’altro; di non essere se non un lemure, uno zombie che come in trance dà fuoco a sua sorella e poi alla madre prima di rinchiudersi nella sua pallida mutria, nello sgomento degli occhi slavati, spalancati, come il cielo, lontano, carico di neve, di freddo.